Bambini “troppo attaccati”: quel bisogno chiamato “dipendenza”


imageImmagine dal web

Io mi chiedo per quale motivo dovrei sentirmi una madre colpevole, ansiosa, iperprotettiva.
Mi chiedo per quale motivo, se consolo mio figlio, se rispondo prontamente a un suo bisogno, se lo abbraccio, lo bacio, lo accarezzo: lo sto solo viziando.
Mi chiedo per quale motivo, se mio figlio ha imparato a fidarsi di me, a trovare conforto tra le mie braccia, a ricevere sicurezza e protezione, io e lui siamo giudicati “troppo uniti”; lui solo, un bambino troppo attaccato alla madre, poco autonomo e indipendente.

“È molto attaccato a te, vero?”

(“Sì, sai… sono sua madre.”)

E gli stessi che formulano questa domanda, sono poi quelli che rimpiangono spesso il passato, che vorrebbero tornare bambini e vivere nel calore e nel conforto delle braccia dei propri genitori.
Perché no, non è stato sempre così. Ci sono stati rimproveri, punizioni, limitazioni, tentativi continui di autonomizzazione, abbandoni (dormi da solo, gioca da solo, ora non posso…) che si ricordano poco o che non si vogliono ricordare.
Ma l’amore e l’incanto sono tutti negli abbracci che abbiamo ricevuto, nel conforto ai nostri pianti, nelle carezze, nei momenti di gioco trascorsi con noi, nel tempo dedicato e nelle parole spese.

A meno che la nostra infanzia non sia stata caratterizzata da episodi continui di maltrattamenti, ognuno di noi si rifugia in quello che di più bello può lasciare. Anzi, credo sia lo stesso anche nel caso di quelle tristi.

Perché l’infanzia non dura che un colpo di bacchetta magica. E poi, con uno stesso colpo, scompare.
E nel tempo che ci resterà, lotteremo per un abbraccio, per una parola, per un sostegno d’amore.
E saremo tutti più o meno autonomi e indipendenti. Tutti, lo diventiamo. Per la Teoria dell’attaccamento di Bowbly, anzi, i bambini che avranno ricevuto maggiore contatto saranno quelli più autonomi e indipendenti perché avranno sviluppato una base sicura e l’incondizionata fiducia dei genitori.

Quando consolo mio figlio perché cerca rifugio in me, e mi sento chiedere: “È molto attaccato a te, vero?”, anche da genitori che incontro per la prima volta, mi verrebbe da chiedere cosa fanno, quando i loro figli chiedono conforto?
Li ignorano? Li beffeggiano? Sminuicono la richiesta?
Devono prima girare il sugo in pentola, spazzare il pavimento, leggere un messaggio su Whatsapp, controllare la bacheca di Facebook?
E soprattutto, vorrei chiedere loro: quando voi state male o vi sentite inappropriati, non compresi, spaventati, frustrati, abbandonati, soli, non vorreste che qualcuno vi abbracciasse e vi consolasse, anche adesso che siete adulti?
E se quell’abbraccio e quella consolazione non arrivano mai, non diventate sempre più duri e chiusi in voi stessi?
Quando mi chiedete perché mio figlio dorme ancora nel lettone e non da solo, in camera sua, io chiedo a voi: perché vi piace dormire con il vostro compagno, e non da soli?
Quando mi chiedete perché allatto ancora al seno mio figlio, io chiedo a voi: quante volte, durante la giornata, avreste bisogno di una consolazione e non la trovate? O magari avete anche rinunciato a cercarla, perché così ci è stato insegnato?
La consolazione e la tenerezza che noi cerchiamo in un abbraccio è la stessa che mio figlio cerca attaccandosi al seno di sua madre. E lui non rinuncia a cercarla, perché io non glielo nego. E così gli sto mostrando che amare è anche concedersi, dare e darsi.

Secondo voi, come dovrebbe sentirsi un bambino al quale viene negato supporto e conforto semplicemente perché si ritiene che debba “staccarsi” da noi, diventare “autonomo”?

I bambini non devono diventare “indipendenti” dal nostro supporto e sostegno. Devono imparare a muoversi da soli, a svolgere attività in completa autonomia, a sviluppare le loro attitudini in piena libertà. Ma per farlo, hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno pronto ad accoglierli nei numerosi momenti in cui proveranno una marea di sentimenti ed emozioni sempre nuovi, per loro, a cui non sapranno dare un nome ma che riusciranno a gestire solo grazie all’appoggio e alla presenza di genitori che rispondono.

Questa storia del rendere subito autonomi i bambini, del lasciarli piangere, dormire da soli, “svezzarli” dal calore e dal conforto, insomma… a mio parere è la più assurda che ci abbiano mai raccontato.

Non è mio figlio, ad essere troppo attaccato a me. Sono invece molti altri ad essere stati allontanati troppo precocemente.
Io non giudico mai, senza sapere, e non comincerò a farlo adesso. Però pretendo che non vengano giudicate le mie scelte, che porto avanti con convinzione, nonostante le numerose difficoltà e i commenti inadeguati.

Viviamo ormai in un mondo in cui, se manifesti il tuo amore, vieni considerato “problematico”. Se ami tanto, è perché non sei stato amato e lo riversi su altri. Dicono. E potrebbe anche essere, ma forse è preferibile questa reazione a quella contraria, no?
L’amore non si spiega, si dona.
Un figlio si ama e si protegge.
Un genitore ha il diritto di crescere un figlio dimostrandogli amore, senza sentirsi “sbagliato”.

Io sono una mamma ad alto contatto. Fiera di esserlo.

  • Leggi   “Ascoltami” di Romina Cardia,  il libro sulla genitorialità ad alto contatto e sulla disciplina dolce.

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