La storia del piccolo Simone e la nascita di Arché


image

Oggi voglio raccontarvi una storia d’amore. Non è una storia dove lui e lei o lui e lui o lei e lei si conoscono, si innamorano e, dopo varie vicissitudini si sposano e sono felici e contenti.
No, i soggetti sono una volontaria e un bambino di 4 anni, malato di Aids. Perché – forse in molti non lo sanno – i colpi di fulmine accadono anche tra soggetti che non si sceglieranno poi solo e semplicemente come partner.
Il colpo di fulmine è un’emozione violenta, improvvisa, che ti attira immediatamente verso qualcuno che hai appena conosciuto e ti pone subito nella condizione di volerlo conoscere a fondo, di amarlo, di viverlo.

Simone (il bambino), non aveva nulla di attraente perché quel giorno Carla Panceri (la prima volontaria di quella che poi sarebbe diventata Arché Onlus) se ne innamorasse. O almeno, nulla di convenzionale: due occhiaie profonde causate da un’emorragia retinica bilaterale, il dorso del naso sanguinante per un herpes, la faccia gonfia perché i reni non funzionavano bene, una broncopolmonite, i pollici delle manine pieni di croste sanguinanti, le gambe molto doloranti che, in seguito a una tetraplasia spastica, muoveva poco.

Nonostante un aspetto che avrebbe indotto molti a fuggire, non fosse altro per il timore di contrarre la malattia, Carla posò i suoi occhi su quelli grandi, profondi e già pieni di tutto, del piccolo Simone. E fu allora che fu invasa dall’emozione violenta, dalla morsa allo stomaco, dal tremore alle gambe.

Vide due braccia piccole tendersi verso di lei e non pensò ad altro che a legarsele al collo e poi stringersi al corpo quello di Simone, senza guanti, camici o protezioni, così come le suggerivano.
Quando l’amore ti chiama, non hai il tempo di riflettere. Rispondi alla sua chiamata e lo vivi, senza pensare a nessuna delle sue conseguenze.

E Simone urlava amore dal centro di quel suo mondo già così sofferente, che aveva conosciuto il dolore e la malattia di entrambi i genitori, oltre alla sua, e la tossicodipendenza del padre. Nonostante fosse molto amato dai genitori, la loro codizione non permetteva che se ne potessero prendere totalmente cura per cui il bambino fu affidato, per otto ore al giorno, a Carla, che allora faceva parte di un gruppo di una dozzina di volontari capeggiati da Padre Giuseppe Bettoni.

Dal 1991 e per 3 anni, Simone e Carla si amano. Si amano non come amanti nè forse come madre e figlio, ma come esseri che sono stati posti l’uno di fronte all’altro per scegliersi e per affrontare un cammino doloroso che avrebbe permesso a entrambi di crescere e di provare a essere felici, nonostante la sofferenza.

Carla dona tutta se stessa, sostenuta da suo marito e dai suoi figli, coinvolti e forse inconsapevolmente attivi in questa bellissima e nobile attività che è il volere aiutare chi ha bisogno, dedicando loro tempo e amore.

Il primo gennaio del 1994, Carla sente dentro di sé un’inquietudine che le fa decidere di lasciare la montagna in cui stava trascorrendo le vacanze per tornare a Milano. Arrivata in città, apprende la sconvolgente notizia: Simone sta morendo.

Quella notte del primo gennaio, Simone e Carla danzano per l’ultima volta insieme. La loro è una danza d’amore fatta di baci, carezze, parole sussurrate, brani letti da libri ricevuti in dono per il Natale appena passato…
È “il ballo di fine anno”, pur coincidendo con il suo inizio. Quello che chiude un ciclo, che celebra il suo esserci stato, il suo senso di essere esistito, al di là del bene e del male.
Simone e Carla danzano sulle note di un notturno triste e lento, si prendono per mano, cantano canzoni d’amore in cui le parole sono brevi e interrotte dai lamenti.

Il piccolo è stremato ma stenta ad addormentatsi e quando Carla gliene chiede il motivo, rassicurandolo della sua presenza anche durante il riposo, lui risponde: “Ho paura di non svegliarmi più. ”

Si è addormentato per sempre alle due di quello stesso freddo pomeriggio di gennaio, Simone, e non si è più svegliato, come temeva. Accanto a lui, Carla, Agusta, Piero e Padre Giuseppe, lo hanno accompagnato fino alla chiusura delle danze.
La malattia si è portata via il suo corpo ma non tutto l’amore che ha lasciato durante quegli anni. Perché nonostante la sofferenza, Simone manifestava serenità e il suo carattere dolce ed espansivo catturava la simpatia di molti.
Il vuoto della sua assenza aveva bisogno di essere colmato, così come lui aveva riempito il cuore di coloro che erano stati messi sul suo cammino, in quegli anni.

image

La sua storia ha colpito profondamente Carla, Padre Giuseppe Bettoni e i volontari riuniti attorno alla sua figura. Prima della morte di Simone, il gruppo parlava già di occuparsi di tossicodipendenti e di malati di Aids.
Dopo questa esperienza, la volontà si è concretizzata con la costituzione della Fondazione Archè che oggi, finita l’emergenza, ha cambiato la sua mission spostandola sul disagio sociale e la fragilità personale di mamme e bambini.

I semi d’amore lasciati da Simone continuano ancora a germogliare e a donare i loro frutti. E così, lui continua a vivere e non morirà mai davvero.

Acquista il libro “Ascoltami. Genitorialità ad alto contatto e disciplina dolce” di Romina Cardia

Seguimi anche su Facebook: Amore di mamma, tesoro di donna

Vai alla Pagina “Pubblicazioni e Risorse” per conoscere i miei scritti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...