Meno madri sole – Una questione di carattere sociale


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All’argomento relativo alla solitudine delle madri, sono molto sensibile. E non solo per una questione di solidarietà, ma anche perché ho capito che dalla serenità delle madri dipende quella dei nostri figli e da quella dei nostri figli dipende anche il loro futuro.

Facciamo degli esempi concreti, senza girare attorno al problema. Ipotizziamo due situazioni: una in cui una madre avrà supporto e aiuto e una in cui si ritroverà da sola con il proprio bambino. Non parlo solamente delle madri single, ma di tutte quelle donne che hanno un marito e che sono circondate da parenti e amici insensibili o poco capaci di ascoltale.

Una madre che vive la solitudine della maternità sarà maggiormente concentrata sulla sua condizione, piuttosto che esclusivamente e serenamente alla cura del proprio bambino.
Una madre lasciata da sola è spesso triste, stanca, arrabbiata e delusa. E più una madre ha attorno persone che potrebbero aiutarla ma non lo fanno, più sarà tutto questo.
Una madre che non può contare sull’aiuto del suo compagno, dei parenti e degli amici, si sente doppiamente ferita: in qualità di moglie, figlia, sorella, nuora, amica… e poi di madre.

Al contrario, una donna circondata da persone comprensive che le danno supporto e aiuto, vivrà la maternità più serenamente e potrà costruire un altrettanto sereno rapporto con il proprio bambino.

Purtroppo, la seconda situazione è meno diffusa. Si dà per scontato che una donna debba vivere la rinuncia come condizione legata alla maternità. La rinuncia ha valore soggettivo e può essere vissuta più o meno intensamente da ogni singola donna – madre. Per alcune, non potere più fare la doccia quotidianamente o potere dedicare a ciò pochissimi minuti e, spesso, utilizzati male perché il bambino piange/ha fame/deve essere cambiato/sta male… è già una situazione deprimente. E ogni condizione che limita o intralcia il benessere del rapporto tra la madre e il suo bambino merita attenzione e ascolto.

Vista l’indifferenza generale perpetrata ai danni delle madri, sia che si parli di società che di interventi politici, generalmente ci troviamo di fronte tre tipi di situazioni:
1. Madri lasciate in solitudine con disturbi più o meno gravi di ansia (da prestazione?) stress e depressione.
2. Madri che avvertono la rinuncia e scappano dalle responsabilità, rifuggiandosi più del dovuto nel lavoro e negli impegni quotidiani, riservando poco tempo all’accudimento e alla crescita dei figli, compiti spesso demandati a nonni, baby sitter o centri per l’infanzia.
3. Donne consapevoli della rinuncia – vissuta come condizione accettata e temporanea – e della propria condizione di solitudine, ma in ascolto dei bisogni del proprio bambino consapevoli dell’importanza di ciò per il suo sviluppo psichico ed emotivo.

Grazie ai mezzi di comunicazione e alla possibilità di potere interagire con gruppi di persone simili a noi per interessi e modi di vivere o pensare, la terza condizione è sempre più presente, seppure ancora troppo limititata e talvolta considerata patologica da chi, invece, ha scelto (scelto?) un’educazione a basso contatto al posto di una ad alto contatto.

Per il resto, viviamo circondati da madri che vivono la maternità come una condizione di solitudine e abbandono. Una condizione che si spera gli altri capiscano ma di cui non si parla per paura di essere viste come madri inadeguate, incapaci e deboli.

Sono sempre più convinta del fatto che il tema della solitudine delle madri dovrebbe diventare un problema di carattere sociale e politico. Commentare con orrore notizie riguardanti gesti estremi di donne che si tolgono la vita o che la tolgono ai loro figli e a se stesse, non serve a risolvere il problema. Bisognerebbe andare a fondo e chiedersi cosa ha portato a quel gesto, cosa si nasconde dietro l’atrocità di quell’atto e quante altre madri vivono le proprie piccole tragedie senza arrivare a gesti della medesima ferocia ma si uccidono nel proprio essere quotidianamente, ferendo anche i loro figli e spianando un triste futuro per se stesse e per i propri bambini.

Le strutture ospedaliere, insieme o, meglio, al posto dei corsi pre – parto (la donna partorisce da sempre e sa come farlo) dovrebbe organizzare degli incontri con i propri compagni e con le figure di riferimento più vicine alla futura mamma: mariti, genitori, fratelli, suoceri ecc. Si dovrebbe spiegare loro che la neomamma ha bisogno di aiuto, di cure, di attenzione, affinché possa dedicarsi serenamente al proprio bambino. Si dovrebbe fare capire ai papà che il loro ruolo è fondamentale per l’armonia familiare e che una famiglia cresce e si sviluppa grazie alla collaborazione di tutti i membri.

Dovrebbe venire data poi più importanza a figure professionali come quelle dell’ostetrica e della doula in quanto capaci di entrare in contatto con la donna che sta per diventare madre e aiutarla nel suo cammino in maniera naturale e armoniosa, seguendola anche dopo il parto.
Si dovrebbe permettere ad ogni singola madre di potere essere accompagnata all’ingresso di una nuova condizione che si dà tanto per scontata ma che in realtà è allo stesso tempo esaltante e devastante, per numerosi e svariati motivi.

Solo per fare un esempio tra tanti, in Francia (un Paese che ha molto a cuore le madri), dopo il parto, le neomamme sono seguite, per alcune settimane, da ostetriche che si prendono cura del bambino e della madre, non solo della loro salute fisica ma anche di quella psichica. Le ostetriche aiutano le mamme nell’avvio dell’allattamento al seno, pesano il bambino, controllano lo stato del perineo della donna ma si occupano anche di cucinare per lei, pulire un po’ casa, stirare, chiacchierare… Tutto questo perché in Francia, come in diversi altri paesi d’Europa, hanno compreso l’importanza di stare vicino e aiutare le neomamme.

Se tanti studi scientifici ci confermano l’importanza del rapporto tra genitori e figli, soprattutto nei primissimi anni di età, è fondamentale creare tutte quelle condizioni necessarie affinché questo rapporto possa essere di buona qualità.
Del resto, questi stessi studi hanno mostrato che numerosi soggetti con problematiche sociali di vario livello avevano vissuto un’infanzia difficile e a bassissimo contatto.

Ecco, allora, che una minore incidenza di donne che vivono la maternità in condizione di abbandono e solitudine assume un valore di carattere sociale perché meno madri sole equivale ad avere donne più serene e di conseguenza bambini meno fragili o potenzialmente dannosi, in futuro, per la società.

Se il semplice appello a stare accanto alle neomamme non basta a toccare il cuore di chi deve essere loro vicino, i dati scientifici potrebbero almeno scuotere un po’ le coscienze o le menti di chi è ormai abituato a pensare solo avendo delle carte tra le mani.

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