“Quando sarai padre, capirai “. Lettera di un figlio diventato padre


Immagine dal web
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Caro papà, me lo ripetevi spesso: “Quando sarai padre, capirai”. Ma io non ci pensavo minimamente, allora, a diventarlo. E così, le tue parole si nascondevano dietro le nuvole di fumo delle decine di sigarette fumate dopo una nostra discussione.
Sono stati tanti, i motivi di litigio. Ma più delle tue urla, quello che mi ha lasciato un segno indelebile sono stati i tuoi silenzi e la tua indifferenza. Quando ci urlavamo contro, riuscivo almeno a trovare, tra mille parole, una che mi facesse ridere; un’altra, che mi facesse riflettere; un’altra ancora che mi facesse sperare l’amore dietro il tuo atteggiamento che, da buon adolescente, tutto mi sembrava tranne che paterno. E poi, quella tua ultima frase che chiudeva quasi sempre le discussioni: “Quando sarai padre, capirai”.
L’ho capito, papà. Forse non proprio come lo intendevi tu, ma credo di averlo capito. Tu giustificavi le urla e le imposizioni trincerandoti dietro la scusa dell’impartizione di una buona educazione. Io, oggi, so che ti hanno spesso urlato contro e addosso, e che quello era l’unico modo che conoscevi per amare. Tu imponevi il tuo silenzio come arma e vendetta, ma ci facevi credere che fosse la tua pietà a risparmiarci (a me e a mia sorella) un rimprovero gridato.
Per anni, ho pregato che quel silenzio non arrivasse mai. Per anni, ho sperato che ti alzassi da quella poltrona sulla quale ti sedevi dopo averci guardato come se non ci avessi mai visti. E, forse, davvero non ci hai mai “guardato”.
Quella poltrona era il tuo trono. Su quella, ti sentivi padrone dei nostri sentimenti e delle nostre paure; delle nostre vite. Su quella, noi guardavamo la sagoma di un uomo che chiamavamo “papà”.
Oggi che sono padre, ti capisco. Capisco la difficoltà di essere genitore. Capisco la tua frustrazione per non riuscire ad assicurare entrate di denaro tali da potere permettere a me, a mia sorella e alla mamma, di vivere una vita quanto meno dignitosa. Capisco che i tuoi atteggiamenti e i tuoi gesti erano eredità lasciata dai tuoi stessi genitori e dall’eterna sensazione di sentirsi “inutili”, inadeguati.
Ti capisco ma, perdonami, non accetto la tua eredità. Non l’accetto perché non voglio lasciarla, a sua volta, a mia figlia e farle vivere ciò che ho vissuto io: la convinzione “indotta” (da te) di essere un figlio ingrato. Io, che sognavo semplicemente una figura che mi accompagnasse, con fiducia, in questo mondo in cui tu stesso mi ci aveva messo. Io avevo un sogno, papà. Un sogno non lo si uccide, come hai fatto tu con il mio.
Chi cura questo blog, mi ha chiesto se volevo scriverti una lettera, in occasione della Festa del papà. Avevo rifiutato categoricamente, senza dare spiegazione. Come spiegare che, per me, queste feste sono dei falsi da annullare? Tutti bravi, i papà, il 19 marzo. Tutte belle, le mamme, a maggio. Tutti buoni i nonni, a ottobre. Quasi come sono buoni tutti quelli che muoiono, ai funerali.
Ma perché non istituire una Giornata della Sincerità in cui coloro che non riescono a farlo negli altri 364 giorni dell’anno, possano magicamente dire ciò che si pensa realmente? Sto pensando al fatto che se fossi riuscito a dirti: “mi stai ferendo” piuttosto che chiudermi come un cane bastonato nella mia stanza, forse saresti stato più attento a come utilizzare le parole. E se tu fossi riuscito a dirmi: “Ti voglio bene”, alla fine di ogni discussione io, probabilmente, tutte quelle parole o, peggio, tutto quel logorante, successivo silenzio, me li sarei lasciati alle spalle.
Hai provato, a dirmelo. Ci hai provato in una stanza di ospedale, quando ormai avevi compreso che la tua vita stava giungendo al termine. Nemmeno tre anni di cancro ti hanno fatto smettere di urlare e di perpetrare silenzi. Ma il gelo delle pareti azzurre di una camera d’ospedale, in un giorno di pieno inverno, ti hanno confessato la verità e tu, per la prima volta, mi hai “guardato”: e hai pianto.
Quelle lacrime, sono state le tue scuse e i tuoi rimorsi. E io le ho capite e ti ho perdonato. Ma non posso dimenticare, perché lo devo a mia figlia. Non devo dimenticare il peso del silenzio e l’inutilità (soprattutto a livello educativo) delle urla. Non devo dimenticare come mi sono sentito ingrato, piccolo e inutile di fronte a te, né devo dimenticare quello strano desiderio di volere volare via.
Non so nemmeno perché queste parole stanno venendo così impetuosamente fuori. Di sicuro, c’è qualcosa di irrisolto, tra di noi. Forse sono ancora il figlio ingrato, quello che invece di scriverti la letterina d’auguri per la tua festa, ti ricorda quanto “poco” c’è stato tra di noi. Quello che lo fa a distanza di anni e, soprattutto, quando ormai non ci sei più.
Chiudo questa lettera con un abbraccio. È l’abbraccio che avrei voluto darti e ricevere ogni giorno della mia vita. Non è il bacio del 19 marzo. Quello era falso, papà. Me lo ha imposto chi ha deciso di istituire questa festa. Me lo ha consigliato la mamma, me lo hanno suggerito a scuola.
Questo, invece, è un abbraccio sincero per dirti che mi manchi: semplicemente perché mi sei sempre mancato. Questo è il primo abbraccio sincero di un 19 marzo a cui, per la prima volta, voglio dare un senso.

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4 Comments

  1. Questa lettera mi ha profondamente commossa perché descrive, più o meno, il rapporto tra me e mio padre fatto spesso di silenzi che non comprendo perché ho sempre voluto parlare di tutto con lui, ma non è stato possibile. Lo amo dal profondo del cuore ma certe cose non si dimenticano!

    1. Cara Simonetta, ti comprendo benissimo perché anche io ho vissuto un rapporto conflittuale con mio padre. Ci amavamo tantissimo, ma non sapevamo dircelo. La verità è che anche tra genitori e figli si alzano dei muri difficili da abbattere. E, talvolta, quei muri rimangono in piedi anche quando una delle parti vola via, lasciando a chi rimane la voglia di abbatterli e la triste consapevolezza che non sarà più possibile farlo, come nel mio caso.
      Finché puoi, tentaci. Ti assicuro che il tentativo, seppure non riuscito, ti servirà a sopportare l’insuccesso, un giorno. O a ricordarne, con un sorriso, il successo. Tutto è possibile.
      Un abbraccio.

      1. Certe cose le sto comprendendo solo ora, che sono all’ultimo mese di gravidanza! Infatti vorrei che a mia figlia non mancasse mai ciò che è mancato a me e farò di tutto per instaurare un rapporto di rispetto e di fiducia con lei! Comunque complimenti per il suo blog, ho dato una sbirciata veloce e appena ho tempo leggerò tutto ciò che lei ha scritto… sono cose che mi interessano profondamente. Alla prossima!

      2. Chi vive assenze e “mancanze” da parte dei genitori, ha generalmente due reazioni principali: 1) riversa sui figli le proprie frustrazioni, anche perché è questo che ha imparato; 2) ha avuto modo di rielaborare gli accaduti e sa riconoscere la fonte dei suoi malesseri, per cui ha trovato il modo di affrontarli.
        Credo che tu appartenga alla seconda categoria e sono felice per te e per la piccola che sta arrivando a riempire la tua vita!
        Grazie per le parole spese per il mio blog, spero tu venga a trovarmi spesso. E che mi dia notizie della nascita! =)
        Ancora un abbraccio.

        P.s. Dammi pure del tu! 😉

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