La madre che ha ucciso le sue tre bambine: “Mi sentivo sola”


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Una madre uccide le sue tre figlie: 13, 10 e 4 anni. Questa, l’ultima notizia (in ordine di tempo, purtroppo) urlata su tutti i mezzi di comunicazione. Una storia sulla quale punteranno a innalzare l’auditel le varie trasmissioni televisive che negli ultimi anni hanno avuto un incremento “grazie” all’aumento dei casi di delitti familiari e femminicidio. Una assurda “tendenza” che cattura i telespettatori e li rende, pian piano, assuefatti. Ci sarebbe anche da chiedersi quanto, queste stesse trasmissioni, abbiano contributo a fare innalzare i livelli di violenza, causa l’emulazione. Ma questo è un altro aspetto, e questa non è la sede.

Lo spettatore chiede sempre di più. Vuole vedere immagini, conoscere risvolti, essere aggiornato, appagato in quella che io chiamo “sindrome da cortile”, ovvero quella necessità impellente di venire a conoscenza degli aspetti più intimi della vita di una persona per poi giudicare (in questo caso) se una morte è giusta o meno (“vabbè, un po’ se l’è meritato” mi è capitato di sentire in merito alla tragica morte di una donna, uccisa dal marito). Come si faceva un tempo tra donne che condividevano lo stesso cortile per lavorare a maglia e sparlare dei vicini di casa.

Oggi i cortili non ci sono più. Gli stessi vicini di casa, sembrano lontanissimi. I nostri “vicini”, così, diventano i personaggi e le pesone che la tv ci propina. E ce li mostra fino a svelare gli aspetti più segreti delle loro vite. Non dimenticherò mai un servizio indecente mandato in onda da uno dei tg nazionali o di una di queste trasmissioni, non ricordo bene (lo ammetto, anche io ero caduta nella trappola) in cui una giornalista, con un tono di voce quasi commosso (!), leggeva alcuni brani prelevati dal diario privato della giovanissima Sarah Scazzi. Pagine di una adolescente con i propri turbamenti e le prorie speranze, così come tutti i giovani della sua età, che non avevano niente a che vedere con la sua tragica morte.

La vita di una persona messa in esposizione come sui banchi del mercato. Ognuno passa, prende un po’ di merce: una lettera privata, il racconto di un rapporto sessuale, la confidenza a un amico… Finché la merce non finisce. Il banco resta vuoto, la gente non sbircia nemmeno più e i “venditori” possono chiudere con un lauto incasso.

C’è chi giudica ancora prima di avere preso un pezzetto di merce dal banco. Ed è grave, anche perché si cade nel pregiudizio, che è ancora più deleterio del giudizio stesso. Ma quando lo fa una donna, peggio ancora: una madre verso un’altra madre, allora è diabolico.
Dico questo perché in vari gruppi e forum in cui sono iscritta, frequentati per la maggior parte da donne, ho letto commenti tristissimi con l’aggravante dell’insulto e dell’offesa personale verso Edlira, la madre trentasettenne che ha ucciso le sue tre figlie.
Una madre SA quanto sia meraviglioso ma anche faticoso, esserlo. SA quanto sia altrettanto meraviglioso e difficile essere donna. Anche se nelle loro vite di donne e di madri la difficoltà e la fatica si fossero presentate di rado e in maniera limitata, non hanno alcun diritto di gettare fango sulla disperazione di una madre che ha compiuto un gesto così orribile come quello di uccidere le proprie tre figlie.

Dio salvi le anime di quelle povere creature la cui vita è stata tolta così precocemente e in maniera così atroce. Ma Dio salvi anche l’anima di una donna che ha compiuto il gesto più innaturale che esista: quello di togliere la vita a chi prima l’aveva data. Un gesto innaturale, compiuto in evidente stato mentale alterato. Così è stato detto, al momento, dagli inquirenti.
“Sono sola. Non mi aiuta nessuno. Non ce la facevo più” avrebbe dichiarato in uno degli interrogatori, la madre delle tre vittime.
Sola. Depressa. Stanca. Molte donne, si trovano in questa condizione, specialmente dopo avere partorito. Io ho sperimentato questa situazione di vuoto e di solitudine, l’insicurezza di riuscire ad essere una buona madre, la voglia di poterne parlare con qualcuno, l’incomprensione di gran parte delle persone che mi sarebbero dovute stare vicino. Ne sono uscita pian piano, da sola, ma ho spesso pensato a chi non c’è riuscita e ho provato compassione per ognuna di queste donne, tante quanto ce ne sono al mondo. Non parlo solo della depressione post partum, ma di qualsiasi genere. Chi non l’ha mai sperimentata, non può capire di cosa si tratti. Io l’ho solamente “sfiorata”, per fortuna. Ma mi è bastato a immaginare quanto possa essere distruttiva. E se non hai persone comprensive, al tuo fianco, è dura. È davvero dura.
Dicono che Edlira avesse accettato la separazione dal marito e la nuova relazione di questo con una donna più giovane. Dicono che ne parlava tranquillamente, alle mamme delle compagnette d’asilo della figlia più piccola, le quali la ritraggono come una madre serena, paziente e amorevole. Ma Edlira, evidentemente, aveva colto l’abisso della sua solitudine. Su facebook, prima dell’omicidio delle figlie, aveva scritto: “Chi non vuol esserci, non c’è nemmeno se ti ci siedi accanto”.
La verità, è che un tempo le donne erano complici e solidali tra di loro. Mia madre ha avuto ben sei figli e io ricordo bene tutte le vicine di casa che l’aiutavano e lei che ricambiava l’aiuto, come poteva. Oggi abbiamo perso la nostra capacità di unirci e di venirci in soccorso. Siamo figli delle generazioni in cui le donne “fanno gruppo” per viaggiare, ballare, vivere la notte, ma siamo anche quelle che ci allontaniamo dalla donna del gruppo che diventa madre e che, automaticamente, diviene incompatibile con il nostro stile di vita e, quindi, sacrificante. Ovviamente esistono tante eccezioni. E per fortuna. Ma la tendenza è questa.
Siamo figli delle generazioni che stringono “amicizia” con duecento contatti, sui social network, ma nessuno di questi è disposto a venire a farti compagnia, se ne hai bisogno. Figli delle generazioni del “tutto e subito”, del “finché si ride, tutto bene; se hai qualche problema, risolvitelo da solo”.
Edlira si sentiva sola. Abbandonata. Economicamente fragile. Edlira era stata tradita e ferita in quanto donna e in quanto madre. Edlira ha perso la testa, come si usa dire con una frase non esattamente derivante dal linguaggio medico. Ma rende l’idea. Ha ucciso le sue tre figlie e ha tentato di togliersi la vita. Non c’è riuscita: sarà questa, la vera sua condanna. Non è una giustificazione del suo gesto. È solo un dato di fatto.
Pietà per Edlira, per la sua vita e per la vita e la morte delle sue figlie, merce pronta a essere esposta. Pietà per tutte le donne che si sentono sole come si sentiva lei.

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5 Comments

  1. La prima cosa che ho pensato quando ho sentito al tg che la mamma che aveva ucciso le sue tre figlie era sopravvissuta è stata: poverina, secondo me non ce la farà a sopravvivere. L’ho sempre pensato e detto, continuo a ripeterlo….sono una mamma e sono certa che se una donna arriva ad uccidere il proprio figlio, è perchè la lucidità mentale l’ha abbandonata. Povere donne….meglio morire!

  2. Mi dispiace profondamente per quelle creature ma soprattutto per la loro madre che dovrà patire le pene dell’inferno finchè avrà vita. Credo che oggigiorno sia difficile gestire la nostra vita figurarsi prendersi in carico quella di altri… poi se aggiungiamo che esiste tanto egoismo… io sinceramente spero che cambi qualcosa nella mente bacata di certa gente…

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