Un libro sulla Genitorialità ad Alto Contatto e sulla Disciplina Dolce


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Lega del Filo d’Oro e ItalRugby si occupano di un’iniziativa solidale per la sordocecità


Lo scorso sabato, durante la visione della partita di rugby Italia-Scozia, la Lega del Filo d’Oro e la Federazione Italiana di Rugby hanno annunciato un’iniziativa solidale cui prenderanno parte entrambe, dal nome di #unContattoCheVale.

L’iniziativa, lodevole e attenta, ha come tema principale la sensibilizzazione in Italia delle persone affette da sordocecità.
Una giornata emozionante, che nessuno dei presenti dimenticherà mai, in cui sport e solidarietà si sono uniti per dare vita a qualcosa di straordinario. Sul palco del Peroni Village, inoltre, abbiamo assistito allo spettacolo della Mannequin Challenge: i protagonisti dello show sono stati i giocatori della squadra under 16 della Arnold Rugby di Roma. La Lega del Filo d’Oro ne è rimasta visivamente impressionata: i giocatori si sono divertiti a mettere in scena una partita di rugby, per poi immobilizzarsi e dare mostra di sé.

Una Partita Indimenticabile: la Lega del Filo d’Oro e ItalRugby si sono unite

I tifosi, inoltre, hanno ricevuto un trattamento speciale, durante l’intera manifestazione: tutti potevano farsi truccare il viso di azzurro, in onore della nazionale italiana e della Lega del Filo d’Oro. Tra risate, sport e discorsi volti a fine di educare e informare, la giornata è trascorsa all’insegna della sanità e della gioia.
ItalRugby e la Lega del Filo d’Oro si sono unite per sensibilizzare su un tema molto caro anche nell’ambiente del rugby: la sordocecità. Si stima che in Italia circa 189mila persone sono sorde e mute. Un’iniziativa meravigliosa, che porteranno in giro per l’Italia, al fine di trasmettere a quante più persone possibili cosa può voler dire essere sordociechi.
Un evento magnifico, a cui assistere è stato di insegnamento a tutti i presenti e che speriamo possa essere ripetuto durante gli anni.

La Lega del Filo d’Oro: di cosa si occupa e chi aiuta?

L’associazione del Filo d’Oro è attiva nell’ambiente della sordocecità, ma non solo: da 54 anni, si occupano di assistere, educare, riabilitare e reinserire nella famiglia e nella società le persone che, purtroppo, hanno subito un trauma e pertanto hanno perso l’uso della vista e dell’udito,.
Noi cosiddetti normodotati possiamo solo immaginare cosa significhi essere sordociechi. Tenete conto che tutto ciò che impariamo, tutto ciò che sappiamo del mondo, lo abbiamo compreso a fondo affidandoci ai nostri sensi, specialmente alla vista e all’udito. La Lega del Filo d’Oro è scesa in campo per aiutare le persone a reintegrarsi nel mondo e poterlo vivere serenamente, muovendo passi decisi e importanti. Per questo, è molto importante supportare questi enti, che sottolineano l’importanza della sensibilizzazione. E se vi state chiedendo come fare, qui sotto ve lo spieghiamo. Basta davvero poco per dare agli altri il molto di cui necessitano.

Come partecipare alla beneficenza e supportare #unContattoCheVale

Partecipare attivamente all’iniziativa #unContattoCheVale è davvero semplice. Per le persone affette da sordocecità, il contatto è l’unico modo reale e tangibile per cui possono comprendere e conoscere il mondo. Se volete unirvi alla battaglia della ItalRugby e della Lega del Filo d’Oro, tutto ciò che dovrete fare è inserire il codice fiscale della Lega del Filo d’Oro nella vostra dichiarazione dei redditi, partecipando con il 5×1000.
La Lega del Filo d’Oro ha in cantiere un grandissimo sogno: la costruzione di un nuovo Centro Nazionale ad Osimo, in provincia di Ancona, che possa permettere a quante più persone possibili di usufruire dei loro servizi. Rispondere a quante più richieste d’aiuto è molto importante: 189mila persone in Italia sono davvero tantissime, e molti sono in lista d’attesa.
Potrete contribuire anche attraverso un Testamento Solidale, oppure richiedere delle Bomboniere Solidali per Beneficenza. I soldi devoluti aiuteranno concretamente la Lega del Filo d’Oro a realizzare quanti più centri possibili: fare del bene è molto importante.

(Articolo a cura di Sara Carboni: https://saracarboni.it/)

Chiara Ferragni e l’allattamento: donna incosciente o madre confusa?


Chiara Ferragni sta facendo parlare molto di sé, per le sue scelte riguardo all’alimentazione del suo piccolo Leo.

Se non fosse Chiara Ferragni, se non fosse la compagna di Fedez, se non si supponesse che le sue decisioni siano frutto di campagne per attirare l’attenzione mediatica e non mollare la scia di follower aumentata esponenzialmente da quando è diventata madre, forse ci concentreremmo sulla storia personale di una donna che non è stata aiutata ed è stata confusa, che ha subíto pressioni da ogni parte e che si è lasciata condizionare dal giudizio della gente.

Certo, parliamo di un personaggio pubblico, e da questo ci aspettiamo che stia attenta ai messaggi che manda. Ma parliamo anche, prima di tutto, di una neomamma, primipara, che avrebbe avuto bisogno e sostegno.

Ma analizziamo la sua storia dal principio.

A marzo del 2018 nasce Leo, figlio di Chiara Ferragni e Fedez. Gli artisti hanno fotografato e documentato ogni momento della gravidanza e del parto, condividendolo con i milioni di follower, e hanno continuato a farlo anche dopo la nascita del piccolo.
È ovvio che, quando si fa una scelta di questo tipo, si deve essere pronti a incassare qualsiasi tipo di giudizio e commento, ma è altrettanto vero che, star del web o meno, stiamo parlando di una donna alla sua prima esperienza di maternità, di una neomamma che ha bisogno di essere accompagnata senza essere continuamente giudicata e additata. È normale che, la Ferragni, prendendo la decisione di condividere ogni suo momento, ha indirizzato a sé la scia di commenti e giudizi. Ma crocifiggerla per questo, mi pare eccessivo.

Ma andiamo per ordine.
In relazione a un video postato su Instagram, nel quale si vedeva lei allattare il figlio Leo e Matilda, la gelosa cagnetta bulldog francese, in braccio a Fedez per imitare una scena simile di allattamento, i commenti dei follower si sono concentrati maggiormente sul seno della Ferragni, dimostrando ancora una volta che l’allattamento è visto da molti come un “atto sessuale”. Ecco perché un’informazione corretta dovrebbe partire già dalle scuole, per dare ai giovani gli strumenti culturali necessari per comprendere che i seni sono prima di tutto i mezzi che ci ha dato la natura per potere nutrire e coccolare i nostri bambini e che in tale ottica va osservata una donna che allatta.

Sempre su Instagram, la Ferragni ha poi una discussione con il famoso Signor Distruggere, che le chiede, a proposito di una foto postata in cui Fedez la imbocca mentre lei allatta, se non faccia parte delle “mamme pancine” (considerate, in maniera negativa, donne fanatiche e ossessionate dalla maternità). Rincara poi la dose, a un mese dall’allattamento, chiedendole perché, a solo piú di quattro settimane di vita del piccolo, sia già passata al biberon (aveva postato una foto in cui dava un biberon a Leo), visto che le mamme pancine allattano almeno 91 mesi, ovviamente con ironia gratuita verso le mamme che scelgono l’allattamento a termine.
A questa provocazione, Chiara Ferragni risponde che preferisce dare il biberon con il latte materno, quando si trova fuori. Segno di quanto le pressioni, le accuse e i commenti abbiano influenzato la sua scelta di allattare in pubblico, nonostante affermi di non avere problemi nel farlo. Questa, la sua risposta:

”Io sono zero pudica quindi non mi darebbe fastidio. In casa lo faccio davanti a chiunque. Ma qualsiasi cosa faccio fuori casa ho spesso persone che fanno foto di nascosto, figuriamoci se cominciassi ad allattare in giro!”.

Probabilmente a Chiara non spaventava una foto in più, anzi, si puó supporre che le avrebbe fatto anche piacere. Sentiva sempre di più la pressione sulla sua decisione di allattare?

Fatto sta che, nel giro di due mesi, Chiara Ferragni conclude l’allattamento al seno, con questa motivazione pubblica:

“Chiarisco una volta per tutte: io avrei voluto allattare il più a lungo possibile ma, già dopo due settimane, su consiglio del medico, ho dovuto inserire il latte artificiale. Sapendo che avrei dovuto tornare presto a lavorare, in capo a due mesi ho rinunciato del tutto all’allattamento naturale“.

Segue il commento del sito universomamme.it, che afferma:

“D’altra parte, considerando in cosa consiste veramente il lavoro di Chiara Ferragni (e no, non stiamo certo parlando di scattarsi qualche selfie per Instagram), continuare ad allattare al seno Leone per lei sarebbe stata davvero dura: “L’idea di maternità che ho io è che non ci si deve annullare per un figlio. Ognuna faccia quello che desidera e che può. Ma se vogliono buttarmi addosso una colpa morale, io non ci sto“.

E qui c’è la rivelazione, per chi l’ha saputo cogliere: un pediatra che consiglia il latte artificiale, a due settimane dalla nascita, e la sospensione dell’allattamento, a due mesi. Forse, quello stesso pediatra, vedendo una mamma confusa, avrebbe prima dovuto spiegarle che allattare e lavorare, si può. Che una donna ha diritto di lavorare, ma che il bambino ha anche bisogni da soddisfare e che, soprattutto, il latte materno è la scelta migliore che si può fare, elencando e tutti i benefici, e sostenendola in quella scelta che aveva preso, da sola, incoraggiandola. Avrebbe dovuto chiarire tutti gli aspetti e poi lasciare scegliere esclusivamente alla madre. Qui, invece, temo si sia verificato l’ennesimo caso di cattiva informazione fornita da una figura professionale importante nei primi anni dello sviluppo di un bambino.

Inoltre, con la dichiarazione della Ferragni, passano altri due messaggi: che allattare e lavorare è impossibile, e che l’allattamento è visto (o meglio, fatto vedere) come annullamento di una identità e non come rimodellamento di una nuova, come accade in diverse fasi della vita.

Per non parlare del commento del sito sul post della Ferragni. No comment.

Ai 4 mesi di Leone, la Ferragni pubblica nuovamente una foto e la commenta. Di seguito, foto e post:

“Quando sono in viaggio, mi manca il mio bambino. Mi rassicura sapere che però ha una riserva (di latte). Solo il meglio per il mio Leo. Ho scelto (…) perché è simile al latte materno”

Nella foto, come avrete intuito, mamma Chiara con in braccio il suo primogenito e, accanto, un biberon e una confezione di una nota marca di latte artificiale americano.
Qui si scatena la bufera. Molte mamme e associazioni accusano la Ferragni di non avere rispettato il decreto 9 aprile 2009, n. 82, in attuazione della direttiva 2006/141/CE che, in Italia, rende illegale la reclamizzazione del latte artificiale e recita:

“La pubblicità degli alimenti per lattanti è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale, compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni”

Il post però è stato pubblicato negli Stati Uniti, dove Chiara e Fedez hanno casa. Come funziona, allora? Si applica la normativa italiana o quella statunitense, che invece permette la pubblicizzazione di questo prodotto? Non è semplice stabilirlo. E forse il dubbio è venuto anche a Chiara (o chi per lei), che ha provveduto a rimuovere il post.

Ilprimatonazionale.it pubblica poi un articolo relativo alla frase di Chiara Ferragni: “Non ci si annulla per un figlio”, sostenendo che l’abbia espressa volutamente con l’intenzione di attirare attenzione su di sé, come qualsiasi mossa da lei intrapresa, poiché la fashion blogger è maestra in questo e sa farlo benissimo.
E fin qui può starci, come giudizio, perché è vero che la Ferragni ha costruito così la sua immagine.
Ma va avanti dicendo:

“(…) Il popolo social (…) sì è subito diviso in due fazioni: quella un po’ patetica e ridondante progressista/femminista, che difende a spada fin troppo tratta il diritto di una donna di decidere della propria vita senza farsi, per l’appunto, sovrastare o annullare dalla maternità, e quella dei bacchettoni del web, che hanno urlato allo scandalo, bollando la Ferragni come la più atroce e snaturata delle madri, in alcuni casi invocando l’intervento dei servizi sociali.”

Insomma, comunque sia, siamo un popolo di stupide, femministe o bacchettone, né carne e né pesce, inutili, comunque la pensiamo.

Applausi al sito e corta vita editoriale.

Beh, non so voi, ma analizzando tutta la storia dalla sua nascita, io ci vedo una donna e una madre molto confusa, in Chiara Ferragni.

Una donna giudicata, spinta a fare determinate scelte, vittima del marketing del latte artificiale, che ha subito colto l’occasione della rinuncia al latte materno per sfruttare la sua immagine e l’onda di attenzione mediatica che la sta interessando.

Prima di giudicare una madre, fashion blogger o meno, riflettiamo.

Chiara Ferragni e tutte le madri confuse come come lei, sappiano che esistono figure che possono aiutarle e sostenerle nella prima fase della maternità (doule, mamme alla pari…) e associazioni attive nella protezione e promozione dell’allattamento materno (La Leche League, Ibfan, MAMI).

L’informazione è la base da cui partire per poi scegliere consapevolmente.

Acquista il libro “Ascoltami. Genitorialità ad alto contatto e disciplina dolce” di Romina Cardia

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“Ascoltami”. Il mio libro sulla genitorialità ad alto contatto e sulla disciplina dolce.


Quando ho aperto questo blog, ero mamma da poco. Seguivo il mio istinto materno, ma questo era accompagnato da numerosi dubbi e incertezze. Avevo bisogno di conoscermi, capirmi, e di comprendere.

Ho scoperto di essere madre di un bambino ad altissimo contatto e di essere pronta ad assecondare il suo bisogno. Ma lungo questo viaggio ho avuto momenti di sconforto e di incertezza. In questi, mi è venuto incontro il mio antico e perenne desiderio di conoscenza e di ricerca. Ho cercato quindi studi scientifici, ho letto libri, articoli sul web, pareri di professionisti sull’alto contatto, la disciplina dolce, la genitorialità, il babywearing e il co-sleeping. E, ogni volta, confermavo la mia scelta, fino a quando, questa, non è diventata assoluta certezza dentro me.

Dalla mia esperienza, e dalle innumerevoli informazioni acquisite, nasce il mio lavoro sulle tematiche sopra citate, e oggi presento per la prima volta il mio libro dal titolo: “Ascoltami. Genitorialità ad alto contatto e disciplina dolce”.

In esso, ho cercato di dare una risposta a tutte le domande che io, per prima, mi sono posta:

– Perché il mio bambino ha tutti questi risvegli?
– Perché smette di piangere, se gli offro il seno tutte le volte che lo richiede?
– Cosa comporta tenerlo in braccio o portarlo in fascia e lasciarlo dormire nel lettone con noi genitori?
– Quali proprietà e benefici ha il latte materno?
– Quanto, una comunicazione priva di ricatti, minacce, punizioni e violenza fisica e verbale, può agevolare uno sviluppo sereno del mio bambino?

Senza alcuna pretesa di critica e giudizio verso altre scelte di accudimento, educazione e genitorialità (tranne che per quelle violente), ho cercato di fornire delle risposte alle mie domande e a quelle di molti genitori, avvalorate da numerosi studi e ricerche, citati all’interno del testo.

Accurate bibliografia e sitografia corredano il tutto, fornendo consigli di lettura e contatti utili per i genitori che vogliono approfondire le tematiche sviluppate.

Potete scaricare gratuitamente il PDF con l’indice e la prefazione a questo link: https://drive.google.com/file/d/18-WqjEjrsGbfze3hXOkbCDdL8-mLXG6x/view?usp=drivesdk

Il libro è disponibile su Amazon in versione cartacea o eBook.

“Siate i genitori che avreste voluto essere.”

Thomas Gordon

-“Ascoltami. Genitorialità ad alto contatto e disciplina dolce” di Romina Cardia.

Realizzazione grafica a cura di ®Romina Mangold.

In copertina: foto di ®Adriano Droga

Della solitudine di una madre


“Quando un vetro si infrange, ti restano solo piccole schegge che ti tagliano le mani.”

Subito dopo il parto, e per molto tempo ancora, è così che mi sono sentita: un vetro rotto. E le schegge che provenivano da me stessa, me le sentivo addosso, non solo nelle mani ma in tutto il corpo.

Sapevo essermi scomposta e di avere bisogno di qualcuno che mi aiutasse a ricomporre i pezzi. Ma, attorno a me, c’era il vuoto.

Io la conosco, la solitudine delle madri. Io so, cosa vuol dire desiderare che si apra la porta e che entri qualcuno a parlare un po’ con te, che ti chieda se hai bisogno di qualcosa, anzi, che nemmeno te lo chieda (perché dovrebbe essere ovvio), e si mette a cucinare un piatto di pasta, mentre ti racconta aneddoti divertenti o barzellette.

Qualcuno che si offra disponibile a badare un po’ ai figli, mentre fai una doccia o vai dal parrucchiere. Qualcuno che, senza parole, ma con la potenza di un gesto, ti dica: “Sono qui per te. Ti voglio bene.”

E invece ho dovuto lottare da sola con me stessa per cercare di rimettere a posto quei pezzi, fino a quando non ho capito che non c’era nulla da rimettere a posto ma che quella ero io, soltanto con qualche pezzetto di me che aveva cambiato forma, posizione e priorità. Solo che nessuno me lo diceva, e quella non accettazione che vedevo negli occhi degli altri, faceva in modo che io stessa non mi accettassi.

E invece, con il tempo ho capito che ero io con i miei capelli spettinati, con le occhiaie più profonde di quelle che ho solitamente, con i vestiti comodi e le scarpe basse, con il trucco spalmato sul viso alla meno peggio, quando proprio non potevo farne a meno.

Ero io con il mio istinto materno di protezione, che mi faceva spesso perdere la percezione del mondo, attorno a me. Ero io quando venivo accusata di essere diventata indifferente a tutto ciò che non riguardasse il mio bambino da quelle stesse persone da cui avrei desiderato un po’ di aiuto.

Ero io nelle mie giornate di coccole, baci, ascolto, amore di una purezza catarchica che mi ha purificata fino a eliminare la tristezza e il senso di colpa per non essere quella che molti avrebbero voluto vedere.

La solitudine delle madri può creare madei, figli e mondi migliori.

Tu, mamma, hai la possibilità di ricostruirti, e puoi farlo anche da sola.

Ci sono solo tre modi, per trattare i pezzi di te che si formano dopo una frantumazione: lasciare che li rimettano a posto gli altri, tentando di incollarli, ostinatamente, nel posto in cui erano prima; non prendertene cura, ignorando la rottura, e quindi non accogliendo la nuova te; oppure riconoscere di essere in frantumi e volerti aiutare, al di là dell’aiuto e della comprensione degli altri.

Certo, il cammino non è semplice e per alcune di noi non è facile percorrerlo da sole. E in questi casi nulla dovrebbe impedirci di cercare supporto e aiuto da parte di professionisti, associazioni o doule.

Perché, anche questo, non è un segno di debolezza. Non si è deboli, se si cerca aiuto. Sì è deboli quando non lo si sa dare.

E tu hai il dovere di cercarlo (per la serenità tua e del tuo bambino) e il diritto di riceverlo, da te stessa soltanto o anche da altri.

Quello che posso dirti, per la mia esperienza, è che passerà, se darai tempo a te stessa. Passerà la sensazione di sentirti inadeguata, fragile, scomposta. Passeranno i giorni in cui ti senti in colpa per tutto, quelli in cui non hai voglia di truccarti, vestirti, fare una doccia, ma solo di sprofondare su un letto con la testa sotto a un cuscino.

Passerà la sensazione di guardarti allo specchio senza riconoscerti più, perché avrai accettato di essere quella donna con i pezzi esplosi da te, cui avrai dato nuovo posto.

E tu sorriderai nuovamente, con una scheggia conficcata nel labbro, che ti renderà ancora più bella.

Perché le madri non sono altro che esplosioni di amore da ricollocare in un mondo in cui l’indifferenza e l’insensibilità la fanno da padroni.

Usare le nostre schegge per ferire chi ci ferisce, non serve a nulla. Lasciamo che i pezzi siano solo i nostri, senza macchiarli del sangue altrui. E lo dico per esperienza: non serve a nulla, se non a cercare invano ricollocazioni diverse e inappropriate.

Care mamme che vi sentite sole, sappiate che non lo siete. Cercatevi e cercateci. Vi troverete e ci troverete.

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“Dell’attivismo femminile nei temi della nascita e della violenza ostetrica”. Lo studio di Monica Garraffa per il Corso di Alta Formazione “Donne, diritti, culture. Percorsi nel tempo e nello spazio”.


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Si è tenuto a Roma, presso l’Università della Sapienza, Facoltà di Lettere e Filosofia, il Corso di Alta Formazione “Donne, diritti, culture. Percorsi nel tempo e nello spazio”.

Il Corso aveva come fine la realizzazione di un iter formativo finalizzato a fornire strumenti, metodi e competenze utili a una comprensione più approfondita delle questioni e delle problematiche inerenti la condizione delle donne e i rapporti di genere nel mondo contemporaneo.

Spaziando dalla storia alla politica, dal diritto alla cultura, si sono analizzate anche questioni all’ordine del giorno nell’attuale agenda legislativa, come la battaglia sul doppio cognome, la discussione sulla maternità surrogata e l’emergenza della violenza sulle donne.

Si è altresì approfondito l’argomento dell’attivismo femminile nei temi della nascita e della violenza ostetrica, grazie anche a un breve lavoro condotto da Monica Garraffa, attivista nella protezione, promozione e sostegno dell’allattamento, nonché membro del MAMI (Movimento Allattamento Materno Italiano).

Il lavoro prende spunto, oltre che dal suo impegno attivista, dall’intervento del 22 marzo 2018 della Professoressa Filippini, nell’ambito dello stesso Corso di Alta Formazione, in merito alla lettura del suo libro Generare, partorire, nascere, in cui si ricostruisce la storia del parto e della nascita in Occidente, dal mondo antico ai nostri giorni.

Monica Garraffa, nel suo intervento, analizza l’importanza dell’attivismo femminile nei temi della nascita, il quale si caratterizza per energia, passione e impegno, e si realizza in varie forme: gruppo di aiuto, advocacy, media advocacy (indirizzata prevalentemente ai mezzi di comunicazione), photo-voice, health literacy, educazione tra pari e lobby.

Al “cerimoniale ospedaliero” che spesso non ascolta e non asseconda i bisogni della donna, gruppi attivisti in tutto il mondo, specialmente negli ultimi 40 anni, si sono ribellati e hanno avviato proposte di cambiamento per ridare dignità al parto e per porre fine alla violenza ostetrica.

Tra i gruppi citati da Monica Garraffa troviamo il movimento di lotta femminista di Ferrara, che nel 1972 pubblica Basta Tacere, una raccolta di testimonianze di donne su parto, aborto, gravidanza e maternità, il cui slogan verrà ripreso 44 anni dopo nella campagna Facebook del 20016 (https://www,facebook.com/bastatacere); il Gruppo femminista sul parto di Roma, che nel 1978 pubblica Riprendiamoci il parto, un manuale fotografico teorico-pratico sulla nascita naturale, traduzione di Birth Book di Raven Lange del 1972, una delle primissime pubblicazioni al mondo sull’argomento, che incontrò molte difficoltà per le fotografie che seguono nel dettaglio le nascite di sette bambini, il Freedom for Birth Rome Action Group, un movimento e un’associazione che, dal 2012, si propone di promuovere la cultura della libera scelta delle donne al momento del parto, del diritto delle donne di disporre del proprio corpo e di autodeterminarsi sul modo e sui luoghi del parto. Questo movimento prende il nome dall’omonimo documentario di Toni Harman e Alex Wakeford, che racconta la storia di donne che hanno scelto come partorire e di come questa scelta abbia ottenuto importante riconoscimento.

Lo studio di Monica Garraffa continua poi citando l’intervento dell’On. Laura Boldrini che, il 25 novembre del 2017, apre l’Aula di Montecitorio unicamente alle donne, per #inquantodonna, evento in cui 33 donne hanno testimoniato sulla violenza nella nascita.

Il lavoro prosegue con la citazione della Legge quadro sulla violenza contro le donne, emanata in Venezuela nel 2017, in cui, per la prima volta, si dà una definizione di violenza ostetrica, riconoscendola e definendola per renderla visibile e per mettere la donna al centro del percorso nascita. Tale volontà è stata poi ripresa anche in Messico, in Argentina e nello Stato di Santa Caterina del Brasile. Questo riconoscimento giuridico-istituzionale è assente in Italia, un paese in cui il tasso dei cesarei, nel 2014, era ancora del 35%, con punte del 60% in Campania, i ben noti tassi di allattamento lontani da quelli suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e i pochi Ospedali amici dei bambini secondo le direttive OMS-UNICEF. Ciò comporta che non ci siano i relativi meccanismi di denuncia e difesa.

Ed è in questo contesto che, l’attivismo femminile, assume un ruolo importante, perché è coinvolto nella definizione delle politiche, essendo riconosciuto come legittima parte interessata.

Aprendo dibattiti e proponendo cambiamenti nel sistema sanitario e legislativo, i movimenti, le associazioni e le organizzazioni attiviste possono dare un contributo significativo nei temi della nascita e della violenza ostetrica.

L’intero lavoro di Monica Garraffa è consultabile a questo link: https://www.academia.edu/36837636/Dellattivismo_femminile_nei_temi_della_nascita_e_della_violenza_ostetrica.pdf

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Spegnete questo smartphone, mamma e papà!*


Fonte: CommScope via Flickr / Creative Commons

Fonte: CommScope via Flickr / Creative Commons

I genitori che usano troppo i dispositivi mobili affliggono i bambini e riducono la loro capacità di recupero emotivo.

I bambini piccoli, vivono in sintonia con l’attenzione dei genitori. Dipendono da quell’attenzione per la loro sopravvivenza, ovviamente, ma anche per il loro sviluppo sociale ed emotivo. Diversi studi recenti hanno mostrato il danno che i genitori possono fare quando sono fisicamente presenti, ma distratti e meno reattivi perché stanno utilizzando i loro smartphone.

Studio n. 1. Le mamme che usano spesso i cellulari hanno figli che sono più negativi e meno resistenti.

In uno studio, pubblicato su Developmental Science, neonati e bambini piccoli dai sette mesi ai due anni sono stati valutati per il ricongiungimento e il recupero di temperamento, il coinvolgimento sociale, l’esplorazione e la post-disgregazione. I ricercatori hanno riferito che i bambini esprimevano più angoscia e avevano meno probabilità di esplorare il loro ambiente, quando le loro madri stavano usando i telefoni cellulari.

I bambini piccoli le cui madri riportano un uso abituale dei dispositivi mobili, hanno mostrato più negatività e meno recupero emotivo, quando le madri hanno spento i loro telefoni. I ricercatori hanno concluso: “Come altre forme di abbandono materno e mancanza di responsabilità, l’uso dei dispositivi mobili può avere un impatto negativo sul funzionamento socio-emotivo dei bambini e sulle interazioni genitori-figli”.

Studio n. 2. I bambini si sentono poco importanti e devono competere con gli smartphone per l’attenzione dei genitori.

In un ampio studio internazionale che ha riguardato seimila bambini tra gli otto e i tredici anni, il 32% di essi ha riferito di sentirsi “non importante” quando i genitori usano il cellulare durante i pasti, le conversazioni o altri momenti di famiglia. Ha ammesso di sentirsi in competizione con la tecnologia per l’attenzione dei loro genitori. Più della metà dei bambini nello studio ha detto che i loro genitori passano troppo tempo sui loro telefoni.

Studio n. 3. L’attenzione distratta dei genitori danneggia lo sviluppo sociale/emotivo dei bambini.

Ancora un altro studio, questo effettuato con i ratti, ha mostrato come l’attenzione distratta dei genitori danneggia lo sviluppo dei bambini, in particolare la loro capacità di elaborare il piacere e di impegnarsi in attività sociali. I cuccioli allevati da madri distratte, ricevevano ugualmente ciò di cui avevano bisogno per crescere e sopravvivere. Raggiungeva il peso normale e trascorreva la stessa quantità di tempo con le madri dei bambini cresciuti nell’ambiente più ad alta attenzione materna. I ricercatori hanno osservato, tuttavia, che la prole adolescente che era stata allevata da madri distratte ha mangiato meno zucchero e ha trascorso meno tempo a giocare e inseguire i propri coetanei, rispetto ai topi allevati da madri non distratte.

Ciò che differiva era il tipo di attenzione che ricevevano dalle loro madri. Le madri distratte tendevano a essere meno presenti e prevedibili, meno affidabili e meno attente. I ricercatori hanno concluso che la cura materna frammentata e caotica, interrompe lo sviluppo del cervello, che può portare a disturbi emotivi in adolescenza: “Abbiamo bisogno di prevedibilità e coerenza per lo sviluppo del sistema emotivo.”

Gli stessi ricercatori stanno ora applicando le loro scoperte con i ratti negli studi di esseri umani.

Studio n. 4. L’uso del cellulare interferisce con una genitorialità sana.

Un pediatra e i suoi colleghi hanno avanzato preoccupazioni per i genitori che usano i cellulari e ignorano i loro figli, tanto da avviare uno studio per valutare la prevalenza di questo comportamento nei fast food. Molti genitori hanno tirato fuori un dispositivo immediatamente dopo essersi seduti. Più questo veniva usato, durante il pasto, più pareva assorbire i genitori rispetto all’attenzione mostrata verso i bambini.

Questi ricercatori hanno concluso che i bambini i cui genitori erano assorbiti nei loro dispositivi erano più propensi a comportarsi in modo sciocco o essere rumorosi. Molti genitori che usavano i telefoni cellulari erano irritabili e impazienti, il che ha portato solo a comportamenti peggiori. Hanno osservato che l’uso del cellulare interferisce con una genitorialità sana: “I bambini imparano come avere una conversazione, osservandoci, imparano leggendo le espressioni facciali di altre persone e, se ciò non accade, stanno perdendo importanti tappe dello sviluppo”.

Studio n. 5. I bambini si sentono tristi, agitati, arrabbiati e solitari quando i genitori usano i cellulari.

Un altro ricercatore ha intervistato un migliaio di bambini di età compresa tra i quattro e i diciotto anni, chiedendo loro quanto e quale fosse il tempo di utilizzo dei dispositivi mobili da parte dei genitori. Ha riferito che molti dei bambini si descrivevano come “tristi, arrabbiati e soli” quando i genitori erano concentrati sui loro dispositivi. Diversi bambini hanno denunciato di avere danneggiato o nascosto i cellulari dei genitori perché li ritenevano colpevoli di rubare loro le attenzioni.

Quella appena citata è stata un’intervista, per cui il ricercatore non è stato in grado di determinare esattamente come le disconnessioni digitali potrebbero influenzare un bambino a lungo termine. Ma ha ascoltato abbastanza per concludere che i genitori dovrebbero pensarci due volte prima di prendere un dispositivo mobile quando sono con i loro figli. Ha detto: “Ci comportiamo in modi che certamente dicono ai bambini che non contano, non sono interessanti per noi, non sono così convincenti come qualcosa che invece è capace di potere interrompere il nostro tempo con loro”.

I bambini crescono (emotivamente, cerebralmente, caratterialmente…) quando ricevono un’attenzione costante, affidabile, concentrata e amorevole.

Usare uno smartphone quando sei con un bambino è una forma di ritiro psicologico e di non-reattività. Non stiamo parlando di non utilizzare il telefono il 100% delle volte. Va bene rispondere a un messaggio, un’e-mail urgente o effettuare una chiamata rapida, soprattutto se riguarda il bambino. Ma, per quanto possibile, quando sei con tuo figlio, sii con lui. Metti via quel telefono e altri dispositivi elettronici. Goditi il breve momento in cui devi aiutare il tuo bambino a crescere nell’adulto che speri diventerà.

Perché, ricorda, non puoi aspettarti che lui diventi un adulto presente e responsabile se per primo tu non gli mostri cosa voglia dire.

Tradotto da: “Turn Off That Smartphone, Mom and Dad!”, di Dona Matthews Ph.D., per Psycologytoday.com

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