Spegnete questo smartphone, mamma e papà!*


Fonte: CommScope via Flickr / Creative Commons

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I genitori che usano troppo i dispositivi mobili affliggono i bambini e riducono la loro capacità di recupero emotivo.

I bambini piccoli, vivono in sintonia con l’attenzione dei genitori. Dipendono da quell’attenzione per la loro sopravvivenza, ovviamente, ma anche per il loro sviluppo sociale ed emotivo. Diversi studi recenti hanno mostrato il danno che i genitori possono fare quando sono fisicamente presenti, ma distratti e meno reattivi perché stanno utilizzando i loro smartphone.

Studio n. 1. Le mamme che usano spesso i cellulari hanno figli che sono più negativi e meno resistenti.

In uno studio, pubblicato su Developmental Science, neonati e bambini piccoli dai sette mesi ai due anni sono stati valutati per il ricongiungimento e il recupero di temperamento, il coinvolgimento sociale, l’esplorazione e la post-disgregazione. I ricercatori hanno riferito che i bambini esprimevano più angoscia e avevano meno probabilità di esplorare il loro ambiente, quando le loro madri stavano usando i telefoni cellulari.

I bambini piccoli le cui madri riportano un uso abituale dei dispositivi mobili, hanno mostrato più negatività e meno recupero emotivo, quando le madri hanno spento i loro telefoni. I ricercatori hanno concluso: “Come altre forme di abbandono materno e mancanza di responsabilità, l’uso dei dispositivi mobili può avere un impatto negativo sul funzionamento socio-emotivo dei bambini e sulle interazioni genitori-figli”.

Studio n. 2. I bambini si sentono poco importanti e devono competere con gli smartphone per l’attenzione dei genitori.

In un ampio studio internazionale che ha riguardato seimila bambini tra gli otto e i tredici anni, il 32% di essi ha riferito di sentirsi “non importante” quando i genitori usano il cellulare durante i pasti, le conversazioni o altri momenti di famiglia. Ha ammesso di sentirsi in competizione con la tecnologia per l’attenzione dei loro genitori. Più della metà dei bambini nello studio ha detto che i loro genitori passano troppo tempo sui loro telefoni.

Studio n. 3. L’attenzione distratta dei genitori danneggia lo sviluppo sociale/emotivo dei bambini.

Ancora un altro studio, questo effettuato con i ratti, ha mostrato come l’attenzione distratta dei genitori danneggia lo sviluppo dei bambini, in particolare la loro capacità di elaborare il piacere e di impegnarsi in attività sociali. I cuccioli allevati da madri distratte, ricevevano ugualmente ciò di cui avevano bisogno per crescere e sopravvivere. Raggiungeva il peso normale e trascorreva la stessa quantità di tempo con le madri dei bambini cresciuti nell’ambiente più ad alta attenzione materna. I ricercatori hanno osservato, tuttavia, che la prole adolescente che era stata allevata da madri distratte ha mangiato meno zucchero e ha trascorso meno tempo a giocare e inseguire i propri coetanei, rispetto ai topi allevati da madri non distratte.

Ciò che differiva era il tipo di attenzione che ricevevano dalle loro madri. Le madri distratte tendevano a essere meno presenti e prevedibili, meno affidabili e meno attente. I ricercatori hanno concluso che la cura materna frammentata e caotica, interrompe lo sviluppo del cervello, che può portare a disturbi emotivi in adolescenza: “Abbiamo bisogno di prevedibilità e coerenza per lo sviluppo del sistema emotivo.”

Gli stessi ricercatori stanno ora applicando le loro scoperte con i ratti negli studi di esseri umani.

Studio n. 4. L’uso del cellulare interferisce con una genitorialità sana.

Un pediatra e i suoi colleghi hanno avanzato preoccupazioni per i genitori che usano i cellulari e ignorano i loro figli, tanto da avviare uno studio per valutare la prevalenza di questo comportamento nei fast food. Molti genitori hanno tirato fuori un dispositivo immediatamente dopo essersi seduti. Più questo veniva usato, durante il pasto, più pareva assorbire i genitori rispetto all’attenzione mostrata verso i bambini.

Questi ricercatori hanno concluso che i bambini i cui genitori erano assorbiti nei loro dispositivi erano più propensi a comportarsi in modo sciocco o essere rumorosi. Molti genitori che usavano i telefoni cellulari erano irritabili e impazienti, il che ha portato solo a comportamenti peggiori. Hanno osservato che l’uso del cellulare interferisce con una genitorialità sana: “I bambini imparano come avere una conversazione, osservandoci, imparano leggendo le espressioni facciali di altre persone e, se ciò non accade, stanno perdendo importanti tappe dello sviluppo”.

Studio n. 5. I bambini si sentono tristi, agitati, arrabbiati e solitari quando i genitori usano i cellulari.

Un altro ricercatore ha intervistato un migliaio di bambini di età compresa tra i quattro e i diciotto anni, chiedendo loro quanto e quale fosse il tempo di utilizzo dei dispositivi mobili da parte dei genitori. Ha riferito che molti dei bambini si descrivevano come “tristi, arrabbiati e soli” quando i genitori erano concentrati sui loro dispositivi. Diversi bambini hanno denunciato di avere danneggiato o nascosto i cellulari dei genitori perché li ritenevano colpevoli di rubare loro le attenzioni.

Quella appena citata è stata un’intervista, per cui il ricercatore non è stato in grado di determinare esattamente come le disconnessioni digitali potrebbero influenzare un bambino a lungo termine. Ma ha ascoltato abbastanza per concludere che i genitori dovrebbero pensarci due volte prima di prendere un dispositivo mobile quando sono con i loro figli. Ha detto: “Ci comportiamo in modi che certamente dicono ai bambini che non contano, non sono interessanti per noi, non sono così convincenti come qualcosa che invece è capace di potere interrompere il nostro tempo con loro”.

I bambini crescono (emotivamente, cerebralmente, caratterialmente…) quando ricevono un’attenzione costante, affidabile, concentrata e amorevole.

Usare uno smartphone quando sei con un bambino è una forma di ritiro psicologico e di non-reattività. Non stiamo parlando di non utilizzare il telefono il 100% delle volte. Va bene rispondere a un messaggio, un’e-mail urgente o effettuare una chiamata rapida, soprattutto se riguarda il bambino. Ma, per quanto possibile, quando sei con tuo figlio, sii con lui. Metti via quel telefono e altri dispositivi elettronici. Goditi il breve momento in cui devi aiutare il tuo bambino a crescere nell’adulto che speri diventerà.

Perché, ricorda, non puoi aspettarti che lui diventi un adulto presente e responsabile se per primo tu non gli mostri cosa voglia dire.

Tradotto da: “Turn Off That Smartphone, Mom and Dad!”, di Dona Matthews Ph.D., per Psycologytoday.com

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Genitori in disaccordo: l’importanza della co-genitorialità per lo sviluppo del bambino e della coppia


Uno dei problemi più importanti, per una coppia genitoriale, è la co-genitorialità, specialmente quando gli stili sono piuttosto differenti o, peggio ancora, in opposizione diretta l’uno all’altro.
Il problema è molto complesso in quanto coinvolge i valori di ciascun partner, le esperienze legate alla propria educazione e le questioni con gli stili genitoriali di origine. In secondo luogo, ha una longevità dal momento che i figli sono per sempre. 

Le differenze genitoriali non sono un problema che può essere messo da parte o sottovalutato. I bambini hanno bisogno di stili se non propriamente uguali, che quantomeno si avvicinino, per non confonderlo.

Le ricerche ci dicono che differenze importanti, contribuiscono alla nascita di problematiche nella fase adolescenziale, al consumo di droghe e a un errato adattamento sociale. 

In genere, gli stereotipi vogliono che le madri siano più empatiche e attente all’emotività dei figli mentre i padri si concentrino sulla disciplina e sul mantenimento della loro autorità. Ovviamente questo è uno stereotipo che spesso è invertito. In realtà, la domanda che dovremmo porci, in quanto a genitori, è sui valori che vogliamo trasmettere e soprattutto sul modo con cui vogliamo interagire con nostro figlio.

Facciamo un esempio: molti genitori ritengono che i bambini debbano essere protetti ma non ascoltati, in quanto le loro richieste sono frutto di capricci che si esauriscono nel tempo solo se non vengono presi in considerazione. Il bambino, in questo caso, non è autorizzato a esprimere bisogni e, per la maggior parte del tempo, dovrà sottomettersi a tutte le decisioni dei genitori, senza potersi opporre o esprimere il proprio disaccordo.

All’interno della coppia genitoriale, può esserci la presenza di valori opposti. Al contrario di quanto descritto prima, uno dei due genitori può invece credere fermamente che i bambini debbano essere ascoltati e lasciati liberi di esprimere le proprie emozioni, soddisfacendo i loro bisogni, che non sono mai considerati dei capricci.

È in questi casi che la coppia deve lavorare per trovare un giusto equilibrio affinché i propri figli non risentano delle marcate differenze negli stili che potrebbero solo confonderlo, causando problemi nel suo sviluppo psicologico.

Come si sviluppa uno stile genitoriale?

Tutti noi ci portiamo dentro uno stile genitoriale, anche se non ne siamo perfettamente consapevoli, ed è il risultato di quelli adottati dai nostri genitori. Poiché l’infanzia è la fase più “assorbente” e “malleabile”, gli stili hanno un grande impatto su di noi e sono interiorizzati su un livello subconscio. Le nostre esperienze con l’educazione, la valorizzazione, la cura, l’insegnamento e la disciplina non sono qualcosa che impariamo, ma sono incorporati nella nostra psiche attraverso l’esperienza fatta con i nostri genitori. Quando diventiamo genitori noi stessi, il progetto della nostra famiglia d’origine è già insito e fa da sfondo allo stile genitoriale che si sviluppa da subito.

Generalmente, i genitori rientrano in una delle tre categorie di seguito elencate:

1. Approccio inconscio

Per alcuni genitori, il vecchio progetto viene riprodotto senza riflettere se sia uno stile corretto ed efficace. Per questa categoria, la dichiarazione rappresentativa è: “Se il metodo è andato bene a me, andrà bene anche ai miei figli”. Quando verrà posta loro qualche domanda sull’efficacia dello stile, potrebbero rispondere qualcosa come “sono cresciuto bene anche se a suon si schiaffi, no?!”.
Questi genitori accettano automaticamente lo stile genitoriale consegnato senza mettere in dubbio se sia efficace. I valori sottostanti sono ben interiorizzati e accettati. Non hanno conflitti interiori su come i bambini dovrebbero essere educati. Lo stile di entrambi o di uno dei genitori è un dato di fatto e non c’è bisogno di metterlo in discussione. Viene interiorizzato e usato con i propri figli.

2. Approccio semi-consapevole

Altri genitori hanno un approccio più consapevole al loro stile di genitorialità, il che significa che iniziano con il progetto che viene loro consegnato ma possono, lungo il cammino, porsi domande su alcune pratiche e modi di agire. Non vogliono allontanarsi dallo stile ricevuto ma sono disposti a esaminare pratiche specifiche se stanno sperimentando una disagio con una strategia ereditata. Ad esempio, possono provenire da uno stile estremamente autoritario e accettano la premessa che i genitori debbano esercitare un’autorità totale e un controllo sui loro figli. Allo stesso tempo, possono decidere che l’uso della punizione corporale come strategia disciplinare è una pratica inefficace e pertanto si avvalgono di tattiche alternative. 

Alcuni punti del progetto originario fanno un miglioramento. Queste modifiche sono accompagnate da un certo grado di deviazione dai valori della famiglia di origine. Nel complesso, questi genitori non sono a proprio agio esaminando l’efficacia del proprio progetto educativo. Un tale esame potrebbe suscitare ansia e sensazione di separazione dalla famiglia di origine.

3. Approccio consapevole 

C’è un terzo gruppo di genitori che vogliono conoscere tutti gli aspetti della genitorialità, indipendentemente dal fatto che pensino di avere un buon progetto d’inizio o no. Questi genitori svolgono consapevolmente ricerche su una varietà di temi tra cui lo sviluppo del bambino, la disciplina, la rivalità tra fratelli, l’educazione, il temperamento e tutti gli aspetti della genitorialità. Essi definiscono chiaramente i loro valori e gli obiettivi per se stessi e per i loro figli, in modo da formulare uno stile genitoriale che sia in linea con questi. Hanno più probabilità di porsi la domanda: “Che cosa sto cercando di realizzare con questa strategia genitoriale? Sto contribuendo a un sereno sviluppo del mio bambino?”.

Scelgono una strategia e la mantengono nel tempo, se la ritengono efficace, pur essendo disponibili a cambiarla nel momento in cui ve ne fosse bisogno. Se questi genitori provengono da stili educativi inefficaci o abusivi, li riconoscono e sono disposti a ripartire da zero, dimostrando consapevolezza nella scelta di strategie genitoriali.

L’approccio più comune alla genitorialità

La più alta percentuale di genitori ha un approccio semi consapevole. Generalmente, quindi, si tende a ripetere lo stile lasciato in eredità dai propri genitori senza porsi molte domande su questioni come lo sviluppo dei bambini, la personalità, l’individualità, la soddisfazione dei bisogni o la disciplina senza punizioni e ricatti. Molto spesso, questi genitori sono cresciuti con uno stile educativo che non li ha valorizzati in quanto individui con una propria personalità, seppure bambini, ma li ha condizionati e plasmati a piacere dei propri genitori.

Quali sono le problematiche degli stili genitoriali conflittuali per i bambini?

Alcuni disagi dei bambini sono abbastanza evidenti fin da subito, altri sono più difficili da individuare e si riconoscono solo nella fase adolescenziale o adulta.

I bambini sentono grande confusione su cosa fare, come agire, cosa va bene o non va bene per loro, e generalmente su quali sono le regole “reali”. 

I conflitti tra genitori generano situazioni di manipolazione affettiva per attirare a sè l’approvazione del bambino, il quale si trova a essere confidente e “alleato” del genitore richiedente o di uno dei genitori, quello con il quale sente di avere maggiore affinità. 

Si sentono responsabili del conflitto e si addossano colpe che in realtà non dovrebbero essere loro. Se il conflitto è grande e si verifica spesso, i bambini possono sviluppare ansia e/o depressione, anche a causa della confusione e del senso di colpa. 

I bambini possono arrivare a svalutare uno dei loro genitori mentre si alleano con il genitore con cui entrano in stato di maggiore empatia e affinità. 

In ultimo, la personalità e l’autostima di un bambino sono in pericolo di compromissione per il conflitto generato “a causa sua”. 

La famiglia può diventare, per un bambino in via di sviluppo, un campo di battaglia, piuttosto che un posto sicuro dove ci si prende cura di lui in un clima sereno in cui i genitori condividono modi e pensieri.

I bambini provenienti da famiglie con stili genitoriali molto differenti possono credere che il matrimonio non sia una via da intraprendere oppure preferiscono non avere figli o, peggio ancora, ripetono a livello inconscio il modello, sposando qualcuno con uno stile molto diverso dal loro e ricadendo nel conflitto. Anche da adulti, i bambini provenienti da uno stile molto conflittuale possono soffrire di depressione e/o stati di ansia.

Ci sono lati positivi nelle famiglie con stili genitoriali differenti? 

Se il conflitto è gestito correttamente, la famiglia con stili genitoriali differenti può non minare il sereno sviluppo del bambino e può addirittura avere dei lati positivi. 

Se due genitori con stili diversi riescono, in tutta serenità, a concordare quali sono per entrambi le priorità educative e intraprendono uno sforzo cooperativo, pur utilizzando modi di intervento differenti, un bambino ha l’opportunità di vedere come le differenze possono diventare complementari e produttive. 

Infatti, i due genitori non sono esattamente uguali e anche se possono concordare i valori fondamentali e gli stili educativi, ci sono sempre delle differenze più o meno distanti e percepibili. I bambini lo riconoscono e possono utilizzare ciò in modo sano se i genitori sono in grado di lavorare in modo cooperativo. 

Ecco un esempio: Marco è un ragazzo di 12 anni che vuole andare a fare immersione subacquea insieme al suo migliore amico, che pratica questo sport da un paio di anni.

Marco chiede alla madre se può farlo e la sua risposta immediata è: “no!”. Ha paura che sia troppo pericoloso e non prende in considerazione alcuna possibilità, oltre la negazione della richiesta.

Così, Marco si avvicina al padre che è generalmente più permissivo e quindi sa che potrebbe aiutarlo a convincere la madre.

Il papà pensa che Marco potrebbe divertirsi e imparare tante cose, grazie a questa esperienza, ne è molto entusiasta ed è pronto a dire di sì. 

Tuttavia, non risponde immediatamente, ma afferma che parlerà con la mamma e che prenderanno una decisione insieme. Quando mamma e papà discutono, stabiliscono i requisiti che devono essere soddisfatti, tra cui parlare con gli addestratori, stabilendo le precauzioni di sicurezza e i modi per potere essere presenti alle prime immersioni del figlio. Decidono di lasciarlo andare dopo che tutti i requisiti sono stati raggiunti. 

In questo esempio, potrebbe sembrare che non ci sia molta differenza, ma in realtà se la mamma si fosse presa la responsabilità di questa situazione, la risposta più probabile sarebbe stata no. Se avesse deciso il padre, la risposta sarebbe probabilmente stata sì, ma non avrebbe potuto esaminare le precauzioni che hanno concordato. 

Ciò che è importante qui è che Marco sapeva fin da subito le risposte di ciascuno dei suoi genitori e ha usato questa conoscenza per cercare di gestire la situazione a suo favore. Si potrebbe pensare che questo sia manipolativo, ma in realtà non si è affidato alla decisione di uno solo dei suoi genitori, ma facendo appello a entrambi per ottenere quello che voleva. I genitori si sono confrontati e hanno trovato una soluzione adatta a loro. Marco ha avuto modo di sperimentare come i campi opposti possono unirsi per risolvere un problema. 

Un altro aspetto positivo dell’avere stili genitoriali un po ‘diversi è che un bambino può rifugiarsi dal genitore che non è arrabbiato con lui quando l’altro lo è. 

Se fatto correttamente, il genitore accogliente può permettere al bambino di verbalizzare i propri sentimenti su quello che sta succedendo con l’altro genitore senza prendere le difese dell’uno e dall’altro. In questo modo, i limiti o le decisioni non sono alterati, ma i bambini hanno la possibilità di esprimere i propri sentimenti, anche imparando che una relazione può gestire le differenze.

Qual è il modo migliore per affrontare diversi stili genitoriali?

Le differenze di stile genitoriale non sono solo questioni di diversità nella coppia e nei modi educativi. Ci sono alcuni stili migliori di altri e altri che sono in realtà dannosi. 

Se ci sono alcune differenze, ma nel complesso gli interessi del bambino sono la considerazione più importante, la cooperazione genitoriale è soddisfacente. Ma se un genitore è abusivo (dal lato psicologico, verbale e/o fisico), non comprometterà l’altro (ed è un bene che sia così) per collaborare con i suoi metodi nocivi.

Se i genitori sono in grado di intraprendere un percorso valutativo insieme e sono disponibili a esaminare i loro stili genitoriali, mantenendo il migliore interesse dei bambini, allora la discussione dovrebbe procedere in questo modo:

# 1 Ricordare ed esaminare gli stili genitoriali dei propri genitori


Ogni genitore dovrebbe ricordare e cominciare a parlare dello stile educativo della propria famiglia di origine. 

Bisognerebbe poi concentrarsi su quattro o cinque punti di interesse, come la disciplina, il potere decisionale, la cura, le manifestazioni di amore e la partecipazione alle attività. 

Come sono stati gestiti questi punti, nella famiglia di origine? Prendendo ad esempio quello relativo alla disciplina, ci si potrebbe chiedere: chi dettava le regole della disciplina? Chi decideva quali sarebbero state le conseguenze? Quali tipi di conseguenze o punizioni sono stati applicati? Per quale genere di infrazioni? I genitori erano d’accordo sui metodi disciplinari da utilizzare? Quali emozioni e sentimenti si provavano, in merito a questi metodi? I genitori erano severi o indulgenti? 

Lo scopo di questa conversazione è quello di permettere a ciascun genitore di definire esattamente quali erano gli stili delle famiglie di origine e come li hanno vissuti. Alcuni adulti non lo hanno mai pensato in un modo che metta davvero in luce l’immagine di come sono stati allevati ed educati, di quanto ciò li abbia interessati, segnati e plasmati, di cosa li abbia fatti stare bene o male, delle cose che hanno avuto importanza e di quelle che non ne hanno più, di come si sono sentiti e di come si sentono, nel ricordarle.
In secondo luogo, tale analisi aiuta ogni genitore a definire più chiaramente i propri valori riguardanti la genitorialità e i bambini. Attraverso un processo comune in cui ciascun partner ascolta ciò che l’altro ha da dire, si comincia a stabilire un terreno di lavoro cooperativo per iniziare a costruire un proprio stile da condividere. 

Questo, non deve essere un percorso frettoloso, non una discussione di qualche ora, magari derivata da una lite che richiede di mettere immediatamente dei punti fermi. Dovrebbe essere fatto per giorni, se necessario, dedicando del tempo esclusivamente al racconto, all’ascolto e alla cooperazione.

Questo tipo di riesame delle nostre esperienze infantili costituisce la base per una genitorialità più consapevole. In modo ottimale, questo esercizio dovrebbe essere condotto prima di avere figli.

# 2 Definire i valori e le strategie di genitorialità

Se il confronto sulle proprie esperienze passate è riuscito a chiarire le basi genitoriali della coppia, si potrà iniziare a definire i valori che si desiderano trasmettere ai figli, nonché alcune delle pratiche specifiche di genitorialità che si ritengono ottimali al fine di ottenere questi valori. 

Si potrà creare una lista di valori primari che si desidera trasmettere ai figli e di quello che si spera di realizzare nei prossimi anni. Successivamente, si elencheranno le principali categorie di strategie di genitorialità e, sotto ciascuna, quali attività o pratiche specifiche si utilizzeranno. 

Ad esempio, sotto la categoria “valorizzazione dell’autostima”, si potrebbero elencare attività come l’appoggio e il riconoscimento, mostrando la volontà di aiutare lo sviluppo di talenti specifici incoraggiando e aiutando i propri figli a pronunciare i loro pensieri e sentimenti senza alcun timore di essere incompresi.

# 3 Identificare conflitti e compromessi

In terzo luogo, si elencheranno le aree di disaccordo sia nel campo dei valori che delle strategie. 

Nelle pratiche di genitorialità, spesso i valori hanno priorità diverse per ciascun genitore. Se in primo luogo non si affrontano in modo efficace le differenze di valori, si sarà costantemente in disaccordo quando si cercherà di applicare strategie particolari. I bambini avvertiranno la presenza di questa lotta. Dopo avere riconosciuto le differenze, si comincerà a lavorare verso un compromesso. Bisogna sempre ricordare che tutti i valori e le strategie devono avere come obiettivo finale l’interesse del bambino.

Si potrebbe cominciare dagli obiettivi e lavorare all’indietro, il che significa che si inizia cercando di mettere in luce quale stato psicologico, cognitivo ed emotivo si auspica per i propri figli e, successivamente, si cerca di capire come farlo accadere. Le pratiche di genitorialità devono sempre essere un mezzo per realizzare un obiettivo definito che sia finalizzato a migliorare lo sviluppo e il benessere del bambino.

# 4 Richiedere una terza parte per la guida

Infine, se non si riescono a risolvere le differenze o almeno a impostare un minimo di apertura per poterere lavorare gradualmente insieme, bisognerebbe cercare un terzo per essere aiutati. Una scelta potrebbe essere rappresentata da un consulente specializzato in questioni familiari. È inoltre possibile cercare gruppi di genitori che offrono un accompagnamento nelle strategie di genitorialità. Un’altra idea, potrebbe essere quella di leggere libri dedicati alla genitorialità e discuterne insieme, ma questo funzionerà solo se si è in grado di avere una discussione costruttiva. Altrimenti, l’ultimo e unico passo è quello di ottenere un aiuto dsl counselor. 

Il punto importante è non lasciare che il problema continui perché i bambini ne pagheranno il prezzo e, nella maggior parte dei casi, anche il rapporto della coppia genitoriale.
È nel migliore interesse di tutti risolvere i problemi dei genitori il più velocemente possibile, in modo da potere godere dell’esperienza di essere un genitore ma anche di dare ai propri figli il meglio che ogni genitore è in grado di dare.

(Tradotto da  “Working with different parent style” – http://www.thesuccesfulparent.com)

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Genitori ad alto… coraggio!


Quando partorii mio figlio, non sapevo nemmeno cosa fosse, l’alto contatto. Già durante la gravidanza, avevo deciso che lo avrei allattato. Ma non perché sapevo cosa significasse davvero, l’allattamento. Semplicemente perché “sentivo” che era la scelta più giusta. 

Mi immaginavo di “sfamarlo” ogni tre ore circa e poi di rimetterlo a dormire nella sua culletta o lasciarlo giocare, mentre io, paga di amore, continuavo a sbrigare le mie faccende.

Mi figuravo libera e felice, provetta guidatrice di un passeggino in cui mio figlio, altrettanto felice, osservava il mondo mentre io mi concentravo sulle vetrine dei negozi della mia città o rispondevo a una delle tante chiamate delle amiche, al cellulare.

Ebbene: nulla di tutto ciò è avvenuto. Perché, sappiatelo tutti, nessuna aspettativa di una futuro genitore corrisponde alla realtà. 

Si diventa genitori”sul campo”, tra una poppata e un’altra, centinaia di pannolini cambiati, migliaia di notti in bianco, termometri e medicine, pappette da preparare, bisogni da interpretare e da soddisfare…

Si diventa genitori giorno dopo giorno, ma genitori ad alto contatto lo si è dentro e lo si scopre presto. 

Io l’ho capito dopo un mese dal parto, quando ho abbandonato tutti i consigli di chi mi stava attorno e ho lasciato decidere a mio figlio quanto e come allattare, l’ho spostato dalla culletta al lettone, per permettergli di poterlo fare comodamente, e me lo sono praticamente cucito addosso perché quello, era ciò di cui aveva bisogno. E quello, era ciò che mi sentivo di rispondere.

Ammettere di essere un genitore ad alto contatto, nella nostra società, equivale a fare coming out. Molti, vorrebbero quasi vederci riuniti in gruppi di ascolto, seguiti da psicoterapeuti che tentano di risolvere i nostri problemi di disaddatamento e frustrazione.

Perché permettere a un bambino di allattare a richiesta e a termine, scegliendo modi e tempi, sarebbe da folli. Portarli in fascia e non lasciarli su passeggini, sarebbe soffocante, per loro e per noi. Concedergli di dormire nel lettone, una chiara dimostrazione di quanto abbiamo messo da parte il rapporto con il nostro partner, per concentrarci morbosamene su quello con nostro figlio.

Ascoltare le richieste dei nostri bambini e rispondere in maniera dolce, senza l’utilizzo di urla, imposizioni, autoritarismo, sberle e sculacciate, è ritenuto sintomo di debolezza e minerebbe alla loro buona educazione.

Ma forse, la realtà,  è una sola, e cioè che per essere genitori ad alto contatto ci vuole molto, davvero molto coraggio. E non tutti ce l’anno. Quel coraggio sta anche nel riconoscere di essere noi stessi figli del distacco, imposto da una società che ci vuole subito adulti per permettere ad altri adulti di svolgere il proprio lavoro con profitto o dedicarsi a hobby e vivere movide in cui i bamini sarebbero solo di ostacolo al sempre sovrano profitto, in nome del quale si è bambini solo quando si devono vendere beni e servizi.

Diverse volte, ho letto di genitori che accusavano madri allattanti bambini oltre l’anno, di essere delle pervertite e di crescere dei figli con futuri disturbi della sessualità o cose simili. Ho letto commenti da brividi che alludevano al sottile nostro piacere di prolungare l’allattamento esclusivamente per un desiderio di controllo e per un bisogno inespresso di possessione.

L’alto contatto è,  prima di tutto, un’esigenza del bambino. Compresa, accettata e assecondata o meno dal genitore. È una danza dove c’è qualcuno che invita e l’altro che accetta di ballare.

Ed è una danza continua, dolcissima ma a tratti sfiancante. Così massacrante che molti genitori, in alcuni momenti, vorrebbero abbandonare. Perché rimanere vicino ai propri figli per tutto il tempo del riposo (notte e riposini vari), senza potersi staccare talvolta nemmeno per andare al bagno e tornare, non è proprio simpatico.

Dormire (o provare a farlo…) d’inverno, con 5 gradi (più o meno…) e con i seni scoperti per dare la possibilità ai figli di potere allattare ogni volta che lo richiedano (e spesso, queste sono così numerose da perdere il conto!), è da premio nobel alla Pazienza!

Seguire i bisogni di contatto dei nostri figli, rispondere alle loro esigenze sapendole interpretare, mettendo sempre in primo piano loro e modificando la lista delle nostre esigenze, è un duro lavoro che richiede spesso una fatica non indifferente.

Ma noi genitori ad alto contatto, non siamo masochisti. È vero che, a volte, ci facciamo molto male, consapevolmente. Perchè la rinuncia è, in se stessa, la mancata soddisfazione di un proprio bisogno, come il sonno, la doccia, la cacca… e lo so, non ho filtri,  ma tant’è! 

 E il coraggio di continuare non ci viene dal provare un sottile piacere di autodistruzione, bensì dalla profonda convinzione di volere assecondare le richieste dei nostri figli e dalla consapevolezza che i momenti di svilimento sono molto, molto meno di quelli in cui, per vari motivi, confermiamo la nostra scelta (leggi QUI i benefici dell’alto contatto).

Qualche giorno fa, giocavo con mio figlio, simulando una chiamata al cellulare da parte di uno dei suoi personaggi Disney preferiti. Vicino a noi, c’era una mia parente, la quale non ha saputo trattenersi dal commentare che io avrei bisogno di una vacanza, per “staccare e staccarmi da mio figlio”.

Io le ho risposto che questa, è la mia vacanza. È questo, il viaggio più bello ed entusiasmante che sto facendo. E che ho un perfetto compagno che non mi delude mai: mio figlio.

Io non mi stacco, e non distacco. Sono talvolta esausta, ma felice che mio figlio  possa trovare risposte ai suoi bisogni. 

Perché ogni bambino, ha delle richieste. Non sono tutte uguali, e sta a noi genitori capire e scegliere come rispondere.

E l’alto contatto, è una scelta coraggiosa di fronte alla quale vi si dovrebbe mostrare solo rispetto, senza alcuna critica o consiglio fuori luogo.

Perché,  non dimenticatelo, l’amore e la vicinanza affettiva seminano solo del bene e impiantano radici di pace. Rimanere a lungo bambini, prima di diventare adulti, non fa male. Chi ci ha fatto del male (e ce ne continua a fare ancora) è chi ci ha fatto credere che ciò sia vero. 


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Come spiegare ai bambini la morte di un nonno


Mio figlio ha 4 anni. Nel giro di 7 mesi ha perso entrambi i nonni paterni.Un incubo durato un anno, durante il quale abbiamo dovuto combattere con la gestione di una realtà difficile (entrambi erano molto malati) e il dovere di “camuffare”, alleggerire, nascondere,  sorridere, per non gravare troppo sul bambino.

Per primo è andato via il nonno, e lo ha fatto senza salutarlo. O almeno, è mio figlio che ha percepito questo. Mio suocero ha vissuto gli ultimi suoi giorni tra urla di dolore che ci hanno portati a dovere decidere di allontanare il bambino per sottrarlo alla visione di questo martirio.

Talvolta riuscivamo a fare incontrare nonno e nipote per qualche minuto, e forse bastava per consolare il piccolo. Il nonno era lì. E forse, domani avrebbe giocato ancora con lui, avrebbe riso, scherzato, corso con lui come un tempo.

E invece, il nonno se n’è andato in un mattino di gennaio, senza nemmeno dirgli: “ciao”.

Spiegare la morte a un bambino non è facile. Qualcuno dice che dovremmo parlare sinceramente e raccontare di  questo aspetto naturale che fa parte della vita stessa, ma quando si tratta di tuo figlio, e ci stai dentro, è difficile. 

Ovviamente, ognuno conosce la sensibilità e il carattere dei propri bambini per cui, spesso, la scelta della spiegazione da dare è soggettiva. Non sempre riusciamo a centrare il colpo, ma di sicuro è molto più produttivo ascoltare se stessi che i consigli degli altri, a meno che non siano dei professionisti, come ad esempio gli psicologi dell’infanzia.

Quando hai il tuo bambino davanti e devi dare una spiegazione così importante, ti lasci guidare dall’istinto. È vero che, in caso di malattia, hai spesso il tempo di ragionare sulle cose da dire. Ma, credetemi, di cose se ne pensano mille e, in un piccolo lasso di tempo, se ne sceglie una sola, che spesso è la somma di tutte le altre cose pensate.

Noi abbiamo deciso di dire a nostro figlio che il corpo del nonno era ormai guasto e che per stare bene, senza più prendere “fermenti lattici” (diceva al nonno di prendere quelli, per stare bene, perché quando lui ha male al pancino, lo aiutano…), è andato in un posto lontano dove vi è un laghetto con dell’acqua magica. Qui, lui fa spesso dei bagni che lo ristorano e lo rendono forte. In questo posto, i cellulari non prendono (per non correre il rischio che voglia chiamarlo al telefono…) e lui ci starà per sempre.

 Gli abbiamo spiegato che quando si ama una persona, bisogna volere il suo bene. E se il nonno ha recuperato lì la sua salute, è bene che ci stia. Abbiamo anche parlato al bambino del valore del ricordo, dicendogli che le persone che amiamo davvero rimangono per sempre nel nostro cuore e non se ne andranno mai. 

Tutto ciò,  con una precisazione: i nonni sono più grandi dei papà e delle mamme, per cui il loro corpo si guasta di più e più facilmente, rispetto al nostro. Questa, era dovuta per non rischiare di creare associazioni strane nella sua piccola mente, come quella che anche noi genitori potevamo andarcene così,  da un giorno all’altro, a causa di un raffreddore.
Per rimediare al “mancato saluto”, abbiamo poi fatto recapitare al bambino una lettera da parte del nonno, con tanto di foto – montaggio che attesta la sua presenza nei pressi di un laghetto magico. La lettera ripete per sommi capi ciò che abbiamo detto noi, con qualche aggiunta.

Mio figlio, dopo la morte del nonno, ha manifestato un’euforia insolita e una cattiva gestione dei “no” non propria del suo carattere. Solo dopo questa lettera, la situazione è migliorata, e non ha mai mostrato particolare insofferenza ma accettazione della nuova condizione e dell’assenza.

Con la nonna, eravamo già un po’ più preparati. Di lei ha vissuto maggiormente la malattia. Gli ultimi mesi abbiamo convissuto tutti, nella casa di villeggiatura. Ha visto la nonna stare male, ha vissuto il nervosismo, lo sfinimento, la sofferenza di tutti noi, seppure abbiamo fatto di tutto per tutelarlo. Purtroppo non abbiamo potuto evitarglielo del tutto, per svariati motivi che non sto qui a spiegare.

Qualche giorno prima che lei morisse, lo abbiamo peparato. Abbiamo ragionato sul fatto che la nonna stesse sempre più male (è inutile negare, quando ne sono così coinvolti) e poi abbiamo chiesto a lui: “non sarebbe meglio se andasse a fare un bagno con il nonno, nell’acqua magica?”.

Lui ha subito acconsentito, entusiasta. E ciò è stata la dimostrazione di come il messaggio che avevamo voluto dare, ovvero che se amiamo qualcuno, desideriamo il suo bene, è arrivato. O forse, chissà,  era stanco e triste anche lui di vederla spegnersi poco alla volta…

Qualche sera dopo, la nonna è entrata in coma. Questa volta, gliel’abbiamo fatta salutare. “La nonna dorme, ma salutala, perché ti sente. Presto andrà dal nonno a nuotare, e starà meglio”.

Il mattino dopo, la nonna si trovava già nel lago dei miracoli, insieme al nonno. E solo qualche giorno dopo, per i suoi 4 anni, da lì è arrivata una lettera, questa volta firmata da entrambi i nonni, immortalati insieme nei pressi di quell’acqua magica. Insieme alla lettera, un dono tutto per lui, il più desiderato del momento.

Mio figlio si è commosso. Non per il gioco, ma perché i nonni lo avevano pensato, non si erano dimenticati di lui, come lui di loro.Di tanto in tanto, chiede di rileggere le loro lettere. È un bambino sereno, e una mamma sa, se il proprio figlio lo è o meno.

Io vi ho solo raccontato la mia esperienza. Siete voi, a dovere trovare la chiave. Ascoltateli, osservateli, e troverete il modo adatto per rendere il dolore più sopportabile.
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Si può essere dei figli ingrati?


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“I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli (e alcuni addirittura la pretendono) sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale per incassare gli interessi”.
(Franz Kafka)

Chi ha un blog su WordPress, sa che esso dà anche la possibilità di visualizzare alcune parole chiave con le quali si viene indirizzati al nostro sito.

Ora, non so per quale motivo, ma una di queste – che compare molto spesso nella mia lista – è: “lettera a un figlio ingrato”.
Immagino che il motivo per cui il mio blog compaia tra i primi risultati di ricerca su Google search sia perché ho postato anche alcune lettere. Ma non a un figlio ingrato, giuro. Anche perché penso che siano pochi i figli che possono essere giudicati davvero tali. E vi spiego perché la penso così.

Cominciamo col dare la definizione di ingrato, secondo il dizionario: “Che non risponde con la gratitudine al bene ricevuto.”
Ed è in base a questo, che mi chiedo: l’amore di un genitore può mai richiedere gratitudine? L’amore, quello vero, non dovrebbe essere incondizionato?
E poi, ancora: un figlio è davvero ingrato, o noi non sappiamo ammettere gli errori che hanno generato un distacco (lo chiamerei così, piuttosto che ingratitudine)?

Durante l’infanzia, pochi di noi rischiano di essere considerati ingrati poiché qualsiasi giudizio dei nostri genitori è visto come assoluta verità. Per cui, se i genitori ci impongono la loro autorità su tutto, se usano urla, minacce e sculaccioni per punirci, noi prenderemo tutto ciò come il meglio che possano fare per porre fine ai nostri (!) errori.
I bambini hanno bisogno dei genitori e, questi, sono il loro tutto. Anche i loro difetti. Anche le loro carenze.

Ma quegli errori, sono davvero nostri? E, soprattutto, sono davvero tali? Se amo vestirmi sempre di rosa e mia madre urla perché pretende che indossi il verde, dove sta l’errore?
Se sto giocando e chiedo solo un po’ di tempo per finire il mio gioco prima di uscire, come mi chiede mio padre, ma lui è di fretta e mi tira le trecce, chi è che sta sbagliando?

Ognuno di noi è convinto di dare amore nella forma e nei modi che appagano gli altri. Ma non sempre è così, specialmente nel caso dei nostri figli che, crescendo, manifestano le nostre carenze nei loro confronti, addossandoci colpe e accanendosi sui lati del nostro carattere che più li hanno fatti e li fanno soffrire.

D’altro canto, spesso noi siamo così convinti di avere agito sempre bene, in nome di quell’amore che nutriamo verso di loro, che non riusciamo ad accettare il loro punto di vista e ammettere che, forse, qualcosa potremmo ancora cambiarla.
E ri onoscere e confessare i propri limiti è difficilissimo, tanto da arrivare ad addossare tutta la colpa a loro, ritenendoli dei figli ingrati ovvero, come si diceva, che non mostrano gratitudine per il bene ricevuto.

Il problema è che se nostro figlio ci dice che siamo petulanti, avari, maneschi, anaffetivi, intolleranti ecc. e noi rispondiamo che non dovrebbero pensare tutto ciò, dopo quello che abbiamo fatto per loro, peggioriamo solo la situazione perché per loro, non tutto quello che abbiamo fatto o detto li ha resi sereni al punto da non creare tensioni tra di noi e rovinare il nostro rapporto.

La prima cosa da fare, quindi, è valutare, onestamente, se la critica è giustificata.  Che è poi la parte più difficile e spesso ha bisogno di uno specialista (psicologo?) che ci aiuti a comprenderlo.
Qundo i nostri figli ci urlano addosso, ci criticano, accusano, colpevolizzano, prima di ritenerli dei figli ingrati forse dovremmo ascoltarli e capire cosa c’è dietro quello che è pur sempre un messaggio di amore e una richiesta di aiuto.

Forse, siamo davvero petulanti, e le nostre chiacchiere e lamentele assillano chi ci sta vicino.
Forse, non siamo abbastanza attenti alle loro necessità.
Forse, non riusciamo a dare loro l’aiuto di cui hanno bisogno.

Quando i nostri figli avanzano una critica, prima di ritenerli pazzi e ingrati, dovremmo soffermarci a pensare che, solo ascoltando il loro messaggio e lavorando anche su noi stessi, potremmo riuscire a recuperarne il rapporto con loro.
Tutto ciò vale ancora di più quando la critica ci è rivolta da più di uno dei nostri figli perché, a quel punto, non prendere in considerazione che qualcosa sia davvero partito da se stessi è distruttivo per noi e per loro.

Di certo, ci vuole tanto lavoro e coraggio, per ammettere i propri difetti e le proprie carenze. Ma, di sicuro, chi lo fa ha capito di avre avuto una possibilità per migliorarsi.

È anche vero che, in alcuni casi, le critiche dei figli siano davvero infondate. Ma, anche lì, reagire sostenendo di avere dei figli ingrati non credo sia la soluzione migliore.
Concentrarsi sul modo in cui esternano il loro malessere e non sul messaggio che mandano, credo sia la partenza sbagliata per capirsi e venirsi incontro.

Quando i nostri figli iniziano ad urlarci contro, invece di farli sentire ingrati potremmo provare a dire loro che siamo pronti ad accogliere le loro critiche. E poi, chiediamo che ci vengano elencati i lati del nostro carattere che loro amano di più,  prima di tutto per smorzare la collera e poi per potere lavorare su quelli per recuperare il nostro rapporto.

Quando un figlio urla, accusa, si arrabbia con i propri genitori, non lo fa perché non ama ma perché sa che, anche arrabbiandosi, sono amati. Probabilmente non farebbero la stessa cosa con degli sconosciuti o con persone che reputano poco importanti. Quindi, loro non mettono in dubbio il nostro amore, ci stanno solo facendo capire che qualcosa, in loro, non va. Che sono arrabbiati e che vorrebbero che noi lo capissimo e li aiutassimo.
Criticandoli e accusandoli non facciamo altro che aggiungere altro stress e aumentare le distanze tra di noi.

A volte, del resto, il vero e reale problema dei nostri figli potrebbe essere al di fuori e loro chiedono solo che si comprenda che hanno un disagio e che vogliono essere aiutati. In quel caso, basterebbe loro un semplice: “C’è qualcosa che posso fare, per aiutarti? Io sono qui”.
La nostra comprensione potrebbe aiutarli a confrontarsi con la loro vera fonte di angoscia, risolvendo anche i problemi tra di noi. Se la loro critica continua, del resto, dovremmo tornare a prendere in considerazione eventuali nostre carenze,

La verità è che, quando i nostri figli sono piccoli, noi ci sentiamo onnipotenti. Poi, loro crescono, diventano capaci di giudicare e noi ci troviamo spiazzati. Ci sentiamo meno sicuri delle nostre capacità e le loro critiche risultano come offese, specialmente per coloro che, già per carattere, sono vulnerabili e fragili.
Noi cresciamo e i nostri figli crescono con noi. Accettare il cambiamento e il mutare dei ruoli è la base di partenza. Successivamente, sarebbe bene che, ognuno di noi, riconoscesse i propri limiti e vedesse le critiche dei propri figli come un’occasione per potersi migliorare.

Io credo che non esistano figli ingrati. Esistono rapporti che si sono logorati nel tempo e l’ingratitudine, a volte, è una percezione… un riflesso delle nostre carenze.
È in quel riflesso che dovremmo guardare, per cercare noi stessi e donarci ai nostri figli in un modo che loro apprezzeranno.

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Bambini “troppo attaccati”: quel bisogno chiamato “dipendenza”


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Immagine dal web

Io mi chiedo per quale motivo dovrei sentirmi una madre colpevole, ansiosa, iperprotettiva.
Mi chiedo per quale motivo, se consolo mio figlio, se rispondo prontamente a un suo bisogno, se lo abbraccio, lo bacio, lo accarezzo: lo sto solo viziando.
Mi chiedo per quale motivo, se mio figlio ha imparato a fidarsi di me, a trovare conforto tra le mie braccia, a ricevere sicurezza e protezione, io e lui siamo giudicati “troppo uniti”; lui solo, un bambino troppo attaccato alla madre, poco autonomo e indipendente.

“È molto attaccato a te, vero?”

(“Sì, sai… sono sua madre.”)

E gli stessi che formulano questa domanda, sono poi quelli che rimpiangono spesso il passato, che vorrebbero tornare bambini e vivere nel calore e nel conforto delle braccia dei propri genitori.
Perché no, non è stato sempre così. Ci sono stati rimproveri, punizioni, limitazioni, tentativi continui di autonomizzazione, abbandoni (dormi da solo, gioca da solo, ora non posso…) che si ricordano poco o che non si vogliono ricordare.
Ma l’amore e l’incanto sono tutti negli abbracci che abbiamo ricevuto, nel conforto ai nostri pianti, nelle carezze, nei momenti di gioco trascorsi con noi, nel tempo dedicato e nelle parole spese.

A meno che la nostra infanzia non sia stata caratterizzata da episodi continui di maltrattamenti, ognuno di noi si rifugia in quello che di più bello può lasciare. Anzi, credo sia lo stesso anche nel caso di quelle tristi.

Perché l’infanzia non dura che un colpo di bacchetta magica. E poi, con uno stesso colpo, scompare.
E nel tempo che ci resterà,  lotteremo per un abbraccio, per una parola, per un sostegno d’amore.
E saremo tutti più o meno autonomi e indipendenti. Tutti, lo diventiamo. Per la Teoria dell’attaccamento di Bowbly, anzi, i bambini che avranno ricevuto maggiore contatto saranno quelli più autonomi e indipendenti perché avranno sviluppato una base sicura e l’incondizionata fiducia dei genitori.

Quando consolo mio figlio perché cerca rifugio in me, e mi sento chiedere: “È molto attaccato a te, vero?”, anche da genitori che incontro per la prima volta, mi verrebbe da chiedere cosa fanno, quando i loro figli chiedono conforto?
Li ignorano? Li beffeggiano? Sminuicono la richiesta?
Devono prima girare il sugo in pentola,  spazzare il pavimento, leggere un messaggio su Whatsapp, controllare la bacheca di Facebook?
E soprattutto, vorrei chiedere loro: quando voi state male o vi sentite inappropriati, non compresi, spaventati, frustrati, abbandonati, soli, non vorreste che qualcuno vi abbracciasse e vi consolasse, anche adesso che siete adulti?
E se quell’abbraccio e quella consolazione non arrivano mai, non diventate sempre più duri e chiusi in voi stessi?
Quando mi chiedete perché mio figlio dorme ancora nel lettone e non da solo, in camera sua, io chiedo a voi: perché vi piace dormire con il vostro compagno, e non da soli?
Quando mi chiedete perché allatto ancora al seno mio figlio, io chiedo a voi: quante volte, durante la giornata, avreste bisogno di una consolazione e non la trovate? O magari avete anche rinunciato a cercarla, perché così ci è stato insegnato?
La consolazione e la tenerezza che noi cerchiamo in un abbraccio è la stessa che mio figlio cerca attaccandosi al seno di sua madre. E lui non rinuncia a cercarla, perché io non glielo nego. E  così gli sto mostrando che amare è anche concedersi, dare e darsi.

Secondo voi, come dovrebbe sentirsi un bambino al quale viene negato supporto e conforto semplicemente perché si ritiene che debba “staccarsi” da noi, diventare “autonomo”?

I bambini non devono diventare “indipendenti” dal nostro supporto e sostegno. Devono imparare a muoversi da soli, a svolgere attività in completa autonomia, a sviluppare le loro attitudini in piena libertà. Ma per farlo, hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno pronto ad accoglierli nei numerosi momenti in cui proveranno una marea di sentimenti ed emozioni sempre nuovi, per loro, a cui non sapranno dare un nome ma che riusciranno a gestire solo grazie all’appoggio e alla presenza di genitori che rispondono.

Questa storia del rendere subito autonomi i bambini, del lasciarli piangere, dormire da soli, “svezzarli” dal calore e dal  conforto, insomma… a mio parere è la più assurda che ci abbiano mai raccontato.

Non è mio figlio, ad essere troppo attaccato a me. Sono invece molti altri ad essere stati allontanati troppo precocemente.
Io non giudico mai, senza sapere, e non comincerò a farlo adesso. Però pretendo che non vengano giudicate le mie scelte, che porto avanti con convinzione, nonostante le numerose difficoltà e i commenti inadeguati.

Viviamo ormai in un mondo in cui, se manifesti il tuo amore, vieni considerato “problematico”. Se ami tanto, è perché non sei stato amato e lo riversi su altri. Dicono. E potrebbe anche essere, ma forse è preferibile questa reazione a quella contraria, no?
L’amore non si spiega, si dona.
Un figlio si ama e si protegge.
Un genitore ha il diritto di crescere un figlio dimostrandogli amore, senza sentirsi “sbagliato”.

Io sono una mamma ad alto contatto. Fiera di esserlo.

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Mala Sanitas: ecco un esempio per cui #Bastatacere!


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Donne lacerate, uteri strappati, bambini dichiarati invalidi al 100% a causa di mancanza di ossigeno perché il personale medico non ha saputo effettuare tempestive intubazioni, aborti provocati, violenze psicologiche sulle gestanti e sulle partorienti, cartelle cliniche contraffatte…

È tutto ciò che emerge dall’operazione “Mala Sanitas“, con la quale il gip di Reggio Calabria Antonino Laganà ha disposto gli arresti domiciliari per quattro medici e la sospensione dalla professione per un anno per sei loro colleghi e un’ostetrica del reparto di ginecologia dell’ospedale Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria.

I documenti sono agghiaccianti. I colleghi, spesso senza umanità e pietà, raccontano di “sfondamenti” (questo, il termine da loro utilizzato) di vagine, di pressioni psicologiche, di trascuratezze, di occultamento di cartelle cliniche successive a decessi di bambini, causati dalla trascuratezza o dal non tempestivo intervento del personale sanitario.

Le intercettazioni sono rimaste inascoltate per cinque, lunghi anni, fino a quando le denunce di alcune vittime hanno messo in moto la macchina della giustizia e nomi e cognomi dei colpevoli sono venuti alla luce, rimbalzando da un lato all’altro della stampa nazionale.

Su questo blog, io non citerò i nomi. Non perché non lo ritenga importante: per fortuna, sono reperibili ovunque, facendo una semplice ricerca sul web.
Ciò che mi preme, è ricordare che ciò che è accaduto a Reggio Calabria è solo la punta di un iceberg e che se questa triste realtà è venuta a galla è grazie a quelle vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare e non si sono lasciate abbattere dalle violenze cui sono state sottoposte, anzi, è proprio a causa di queste che hanno scelto di reagire: per se stesse e per coloro che, nella sofferenza, non hanno avuto la forza di farlo.

Lo scandalo del “reparto degli orrori”, scoppia negli stessi giorni in cui esplode la campagna social per porre fine agli e(o)rrori in sala parto. Sono migliaia le donne che hanno contattato la pagina su Facebook “Basta tacere: le madri hanno voce”, iniziativa sostenuta anche via twitter con l’hashtag #Bastatacere.
Le donne sono state invitate a condividere la propria esperienza di soprusi, pressioni e violenze, in forma anonima e senza citare luoghi o nomi dei colpevoli. L’invito è stato accolto e una pioggia di storie, testimonianze, scambi, discussioni e proposte, sostenute da Human Rights Childbirth in Italy, ha invaso i social network.

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Perché le violenze, psicologiche o corporali, perpetrate ai danni delle gestanti e delle partorienti, sono diffusissime e basterebbe ampliare le indagini in altre strutture ospedaliere per rendersi conto del fatto che si ha a che fare con una realtà che va fermata e cambiata, con interventi legislativi che tutelino la donna in quella delicata e importante fase che inizia con la gravidanza, prosegue con il parto e si conclude con il post partum.

Durante tutto il percorso, infatti, la donna ha bisogno di una buona assistenza sanitaria e di sostegno dignitoso per essere accompagnata in questa intensa esperienza. Anche se questa affermazione sembra logica e lineare, le prove dimostrano che ci sono molti casi in cui le donne non solo hanno spesso negato l’accesso a cure mediche di buona qualità, ma sono anche trattate con crudeltà dal servizio sanitario.

La violenza ostetrica è un tipo specifico di violazione dei diritti delle donne, tra cui il diritto di uguaglianza, la libertà dalla discriminazione, il diritto delle informazioni, dell’integrità, della salute e dell’autonomia riproduttiva.
Essa si verifica sia nella pratica medica pubblica che in quella privata, durante l’assistenza sanitaria in relazione alla gravidanza, parto e post-parto risultando di fatto una violenza istituzionale e di genere.
Per troppe donne la gravidanza è un periodo associato a sofferenza, umiliazioni, problemi di salute. Le violenze ostetriche possono manifestarsi attraverso il rifiuto delle cure, il disprezzo dei bisogni e del dolore, le umiliazioni verbali, le pratiche invasive, la violenza fisica, l’uso non necessario di farmaci, il trattamento disumano o maleducato e di discriminazione o di umiliazione basata sulla razza, l’origine etnica o economica, l’età.

Sfortunatamente, la violenza ostetrica è spesso non riconosciuta come violenza contro le donne, anche dalle stesse. La mancanza di informazioni sul problema complica la progettazione di politiche pubbliche per prevenirla e sradicarla. Tuttavia, i dati di molte ricerche mostrano che in tutto il mondo le donne, durante il parto, sono sottoposte a vari gradi di maltrattamenti, dalla mancanza di rispetto per le loro scelte e la loro autonomia all’abuso di pratiche mediche invasive spesso non richieste:  insulti verbali, violenza fisica, discriminazioni, abbandono, interventi medici eseguiti senza alcun avviso o spiegazione.

I maltrattamenti e gli abusi dei diritti umani delle donne in travaglio, infatti, si manifestano anche nell’obbligo ad accettare alcune procedure mediche che avrebbero preferito evitare, come l’episiotomia o il taglio cesareo. Un comunicato della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sottolinea l’importanza di concentrarsi sulle esigenze del paziente, caso per caso, e scoraggia le pratiche menzionate. Secondo l’OMS, cesarei superiori al 10% non sono associati a riduzioni dei tassi di mortalità materna e neonatale. Piuttosto, al contrario, si sottolinea come il parto cesareo può causare complicazioni significative, invalidità o morte, in particolare in contesti che non hanno le strutture per condurre interventi chirurgici sicuri o curare possibili complicanze.

Altri modelli di violenza ostetrica individuati sono stati l’abuso di medicalizzazione e la patologizzazione di processi naturali di nascita. Le conseguenze estreme di questa negazione di accesso a una buona qualità delle cure mediche e dei trattamenti inumani sono un grave stress psicologico, traumi e, in alcuni casi, la morte a causa di trascuratezza.
Queste terribili conseguenze sono una forma di violenza istituzionale, approvate e perpetuate da parte dello Stato.

In questi giorni si è anche parlato di una proposta di legge, “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” , presentata dall’onorevole Adriano Zaccagnini.

In attesa che questa faccia il suo corso, invito tutte le donne che si ritengono vittime di violenze ostetriche a raccontare la propria esperienza sulla pagina  Facebook “Basta tacere: le madri hanno voce”. È solo raccontando, denunciando e ribellandoci, che potremo allontanare gli orrori sommersi ovunque, non solo quelli scoperti a Reggio Calabria.

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