Genitori ad alto… coraggio!


Quando partorii mio figlio, non sapevo nemmeno cosa fosse, l’alto contatto. Già durante la gravidanza, avevo deciso che lo avrei allattato. Ma non perché sapevo cosa significasse davvero, l’allattamento. Semplicemente perché “sentivo” che era la scelta più giusta. 

Mi immaginavo di “sfamarlo” ogni tre ore circa e poi di rimetterlo a dormire nella sua culletta o lasciarlo giocare, mentre io, paga di amore, continuavo a sbrigare le mie faccende.

Mi figuravo libera e felice, provetta guidatrice di un passeggino in cui mio figlio, altrettanto felice, osservava il mondo mentre io mi concentravo sulle vetrine dei negozi della mia città o rispondevo a una delle tante chiamate delle amiche, al cellulare.

Ebbene: nulla di tutto ciò è avvenuto. Perché, sappiatelo tutti, nessuna aspettativa di una futuro genitore corrisponde alla realtà. 

Si diventa genitori”sul campo”, tra una poppata e un’altra, centinaia di pannolini cambiati, migliaia di notti in bianco, termometri e medicine, pappette da preparare, bisogni da interpretare e da soddisfare…

Si diventa genitori giorno dopo giorno, ma genitori ad alto contatto lo si è dentro e lo si scopre presto. 

Io l’ho capito dopo un mese dal parto, quando ho abbandonato tutti i consigli di chi mi stava attorno e ho lasciato decidere a mio figlio quanto e come allattare, l’ho spostato dalla culletta al lettone, per permettergli di poterlo fare comodamente, e me lo sono praticamente cucito addosso perché quello, era ciò di cui aveva bisogno. E quello, era ciò che mi sentivo di rispondere.

Ammettere di essere un genitore ad alto contatto, nella nostra società, equivale a fare coming out. Molti, vorrebbero quasi vederci riuniti in gruppi di ascolto, seguiti da psicoterapeuti che tentano di risolvere i nostri problemi di disaddatamento e frustrazione.

Perché permettere a un bambino di allattare a richiesta e a termine, scegliendo modi e tempi, sarebbe da folli. Portarli in fascia e non lasciarli su passeggini, sarebbe soffocante, per loro e per noi. Concedergli di dormire nel lettone, una chiara dimostrazione di quanto abbiamo messo da parte il rapporto con il nostro partner, per concentrarci morbosamene su quello con nostro figlio.

Ascoltare le richieste dei nostri bambini e rispondere in maniera dolce, senza l’utilizzo di urla, imposizioni, autoritarismo, sberle e sculacciate, è ritenuto sintomo di debolezza e minerebbe alla loro buona educazione.

Ma forse, la realtà,  è una sola, e cioè che per essere genitori ad alto contatto ci vuole molto, davvero molto coraggio. E non tutti ce l’anno. Quel coraggio sta anche nel riconoscere di essere noi stessi figli del distacco, imposto da una società che ci vuole subito adulti per permettere ad altri adulti di svolgere il proprio lavoro con profitto o dedicarsi a hobby e vivere movide in cui i bamini sarebbero solo di ostacolo al sempre sovrano profitto, in nome del quale si è bambini solo quando si devono vendere beni e servizi.

Diverse volte, ho letto di genitori che accusavano madri allattanti bambini oltre l’anno, di essere delle pervertite e di crescere dei figli con futuri disturbi della sessualità o cose simili. Ho letto commenti da brividi che alludevano al sottile nostro piacere di prolungare l’allattamento esclusivamente per un desiderio di controllo e per un bisogno inespresso di possessione.

L’alto contatto è,  prima di tutto, un’esigenza del bambino. Compresa, accettata e assecondata o meno dal genitore. È una danza dove c’è qualcuno che invita e l’altro che accetta di ballare.

Ed è una danza continua, dolcissima ma a tratti sfiancante. Così massacrante che molti genitori, in alcuni momenti, vorrebbero abbandonare. Perché rimanere vicino ai propri figli per tutto il tempo del riposo (notte e riposini vari), senza potersi staccare talvolta nemmeno per andare al bagno e tornare, non è proprio simpatico.

Dormire (o provare a farlo…) d’inverno, con 5 gradi (più o meno…) e con i seni scoperti per dare la possibilità ai figli di potere allattare ogni volta che lo richiedano (e spesso, queste sono così numerose da perdere il conto!), è da premio nobel alla Pazienza!

Seguire i bisogni di contatto dei nostri figli, rispondere alle loro esigenze sapendole interpretare, mettendo sempre in primo piano loro e modificando la lista delle nostre esigenze, è un duro lavoro che richiede spesso una fatica non indifferente.

Ma noi genitori ad alto contatto, non siamo masochisti. È vero che, a volte, ci facciamo molto male, consapevolmente. Perchè la rinuncia è, in se stessa, la mancata soddisfazione di un proprio bisogno, come il sonno, la doccia, la cacca… e lo so, non ho filtri,  ma tant’è! 

 E il coraggio di continuare non ci viene dal provare un sottile piacere di autodistruzione, bensì dalla profonda convinzione di volere assecondare le richieste dei nostri figli e dalla consapevolezza che i momenti di svilimento sono molto, molto meno di quelli in cui, per vari motivi, confermiamo la nostra scelta (leggi QUI i benefici dell’alto contatto).

Qualche giorno fa, giocavo con mio figlio, simulando una chiamata al cellulare da parte di uno dei suoi personaggi Disney preferiti. Vicino a noi, c’era una mia parente, la quale non ha saputo trattenersi dal commentare che io avrei bisogno di una vacanza, per “staccare e staccarmi da mio figlio”.

Io le ho risposto che questa, è la mia vacanza. È questo, il viaggio più bello ed entusiasmante che sto facendo. E che ho un perfetto compagno che non mi delude mai: mio figlio.

Io non mi stacco, e non distacco. Sono talvolta esausta, ma felice che mio figlio  possa trovare risposte ai suoi bisogni. 

Perché ogni bambino, ha delle richieste. Non sono tutte uguali, e sta a noi genitori capire e scegliere come rispondere.

E l’alto contatto, è una scelta coraggiosa di fronte alla quale vi si dovrebbe mostrare solo rispetto, senza alcuna critica o consiglio fuori luogo.

Perché,  non dimenticatelo, l’amore e la vicinanza affettiva seminano solo del bene e impiantano radici di pace. Rimanere a lungo bambini, prima di diventare adulti, non fa male. Chi ci ha fatto del male (e ce ne continua a fare ancora) è chi ci ha fatto credere che ciò sia vero. 


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Come spiegare ai bambini la morte di un nonno


Mio figlio ha 4 anni. Nel giro di 7 mesi ha perso entrambi i nonni paterni.Un incubo durato un anno, durante il quale abbiamo dovuto combattere con la gestione di una realtà difficile (entrambi erano molto malati) e il dovere di “camuffare”, alleggerire, nascondere,  sorridere, per non gravare troppo sul bambino.

Per primo è andato via il nonno, e lo ha fatto senza salutarlo. O almeno, è mio figlio che ha percepito questo. Mio suocero ha vissuto gli ultimi suoi giorni tra urla di dolore che ci hanno portati a dovere decidere di allontanare il bambino per sottrarlo alla visione di questo martirio.

Talvolta riuscivamo a fare incontrare nonno e nipote per qualche minuto, e forse bastava per consolare il piccolo. Il nonno era lì. E forse, domani avrebbe giocato ancora con lui, avrebbe riso, scherzato, corso con lui come un tempo.

E invece, il nonno se n’è andato in un mattino di gennaio, senza nemmeno dirgli: “ciao”.

Spiegare la morte a un bambino non è facile. Qualcuno dice che dovremmo parlare sinceramente e raccontare di  questo aspetto naturale che fa parte della vita stessa, ma quando si tratta di tuo figlio, e ci stai dentro, è difficile. 

Ovviamente, ognuno conosce la sensibilità e il carattere dei propri bambini per cui, spesso, la scelta della spiegazione da dare è soggettiva. Non sempre riusciamo a centrare il colpo, ma di sicuro è molto più produttivo ascoltare se stessi che i consigli degli altri, a meno che non siano dei professionisti, come ad esempio gli psicologi dell’infanzia.

Quando hai il tuo bambino davanti e devi dare una spiegazione così importante, ti lasci guidare dall’istinto. È vero che, in caso di malattia, hai spesso il tempo di ragionare sulle cose da dire. Ma, credetemi, di cose se ne pensano mille e, in un piccolo lasso di tempo, se ne sceglie una sola, che spesso è la somma di tutte le altre cose pensate.

Noi abbiamo deciso di dire a nostro figlio che il corpo del nonno era ormai guasto e che per stare bene, senza più prendere “fermenti lattici” (diceva al nonno di prendere quelli, per stare bene, perché quando lui ha male al pancino, lo aiutano…), è andato in un posto lontano dove vi è un laghetto con dell’acqua magica. Qui, lui fa spesso dei bagni che lo ristorano e lo rendono forte. In questo posto, i cellulari non prendono (per non correre il rischio che voglia chiamarlo al telefono…) e lui ci starà per sempre.

 Gli abbiamo spiegato che quando si ama una persona, bisogna volere il suo bene. E se il nonno ha recuperato lì la sua salute, è bene che ci stia. Abbiamo anche parlato al bambino del valore del ricordo, dicendogli che le persone che amiamo davvero rimangono per sempre nel nostro cuore e non se ne andranno mai. 

Tutto ciò,  con una precisazione: i nonni sono più grandi dei papà e delle mamme, per cui il loro corpo si guasta di più e più facilmente, rispetto al nostro. Questa, era dovuta per non rischiare di creare associazioni strane nella sua piccola mente, come quella che anche noi genitori potevamo andarcene così,  da un giorno all’altro, a causa di un raffreddore.
Per rimediare al “mancato saluto”, abbiamo poi fatto recapitare al bambino una lettera da parte del nonno, con tanto di foto – montaggio che attesta la sua presenza nei pressi di un laghetto magico. La lettera ripete per sommi capi ciò che abbiamo detto noi, con qualche aggiunta.

Mio figlio, dopo la morte del nonno, ha manifestato un’euforia insolita e una cattiva gestione dei “no” non propria del suo carattere. Solo dopo questa lettera, la situazione è migliorata, e non ha mai mostrato particolare insofferenza ma accettazione della nuova condizione e dell’assenza.

Con la nonna, eravamo già un po’ più preparati. Di lei ha vissuto maggiormente la malattia. Gli ultimi mesi abbiamo convissuto tutti, nella casa di villeggiatura. Ha visto la nonna stare male, ha vissuto il nervosismo, lo sfinimento, la sofferenza di tutti noi, seppure abbiamo fatto di tutto per tutelarlo. Purtroppo non abbiamo potuto evitarglielo del tutto, per svariati motivi che non sto qui a spiegare.

Qualche giorno prima che lei morisse, lo abbiamo peparato. Abbiamo ragionato sul fatto che la nonna stesse sempre più male (è inutile negare, quando ne sono così coinvolti) e poi abbiamo chiesto a lui: “non sarebbe meglio se andasse a fare un bagno con il nonno, nell’acqua magica?”.

Lui ha subito acconsentito, entusiasta. E ciò è stata la dimostrazione di come il messaggio che avevamo voluto dare, ovvero che se amiamo qualcuno, desideriamo il suo bene, è arrivato. O forse, chissà,  era stanco e triste anche lui di vederla spegnersi poco alla volta…

Qualche sera dopo, la nonna è entrata in coma. Questa volta, gliel’abbiamo fatta salutare. “La nonna dorme, ma salutala, perché ti sente. Presto andrà dal nonno a nuotare, e starà meglio”.

Il mattino dopo, la nonna si trovava già nel lago dei miracoli, insieme al nonno. E solo qualche giorno dopo, per i suoi 4 anni, da lì è arrivata una lettera, questa volta firmata da entrambi i nonni, immortalati insieme nei pressi di quell’acqua magica. Insieme alla lettera, un dono tutto per lui, il più desiderato del momento.

Mio figlio si è commosso. Non per il gioco, ma perché i nonni lo avevano pensato, non si erano dimenticati di lui, come lui di loro.Di tanto in tanto, chiede di rileggere le loro lettere. È un bambino sereno, e una mamma sa, se il proprio figlio lo è o meno.

Io vi ho solo raccontato la mia esperienza. Siete voi, a dovere trovare la chiave. Ascoltateli, osservateli, e troverete il modo adatto per rendere il dolore più sopportabile.
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Si può essere dei figli ingrati?


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“I genitori che si aspettano riconoscenza dai figli (e alcuni addirittura la pretendono) sono come quegli usurai che rischiano volentieri il capitale per incassare gli interessi”.
(Franz Kafka)

Chi ha un blog su WordPress, sa che esso dà anche la possibilità di visualizzare alcune parole chiave con le quali si viene indirizzati al nostro sito.

Ora, non so per quale motivo, ma una di queste – che compare molto spesso nella mia lista – è: “lettera a un figlio ingrato”.
Immagino che il motivo per cui il mio blog compaia tra i primi risultati di ricerca su Google search sia perché ho postato anche alcune lettere. Ma non a un figlio ingrato, giuro. Anche perché penso che siano pochi i figli che possono essere giudicati davvero tali. E vi spiego perché la penso così.

Cominciamo col dare la definizione di ingrato, secondo il dizionario: “Che non risponde con la gratitudine al bene ricevuto.”
Ed è in base a questo, che mi chiedo: l’amore di un genitore può mai richiedere gratitudine? L’amore, quello vero, non dovrebbe essere incondizionato?
E poi, ancora: un figlio è davvero ingrato, o noi non sappiamo ammettere gli errori che hanno generato un distacco (lo chiamerei così, piuttosto che ingratitudine)?

Durante l’infanzia, pochi di noi rischiano di essere considerati ingrati poiché qualsiasi giudizio dei nostri genitori è visto come assoluta verità. Per cui, se i genitori ci impongono la loro autorità su tutto, se usano urla, minacce e sculaccioni per punirci, noi prenderemo tutto ciò come il meglio che possano fare per porre fine ai nostri (!) errori.
I bambini hanno bisogno dei genitori e, questi, sono il loro tutto. Anche i loro difetti. Anche le loro carenze.

Ma quegli errori, sono davvero nostri? E, soprattutto, sono davvero tali? Se amo vestirmi sempre di rosa e mia madre urla perché pretende che indossi il verde, dove sta l’errore?
Se sto giocando e chiedo solo un po’ di tempo per finire il mio gioco prima di uscire, come mi chiede mio padre, ma lui è di fretta e mi tira le trecce, chi è che sta sbagliando?

Ognuno di noi è convinto di dare amore nella forma e nei modi che appagano gli altri. Ma non sempre è così, specialmente nel caso dei nostri figli che, crescendo, manifestano le nostre carenze nei loro confronti, addossandoci colpe e accanendosi sui lati del nostro carattere che più li hanno fatti e li fanno soffrire.

D’altro canto, spesso noi siamo così convinti di avere agito sempre bene, in nome di quell’amore che nutriamo verso di loro, che non riusciamo ad accettare il loro punto di vista e ammettere che, forse, qualcosa potremmo ancora cambiarla.
E ri onoscere e confessare i propri limiti è difficilissimo, tanto da arrivare ad addossare tutta la colpa a loro, ritenendoli dei figli ingrati ovvero, come si diceva, che non mostrano gratitudine per il bene ricevuto.

Il problema è che se nostro figlio ci dice che siamo petulanti, avari, maneschi, anaffetivi, intolleranti ecc. e noi rispondiamo che non dovrebbero pensare tutto ciò, dopo quello che abbiamo fatto per loro, peggioriamo solo la situazione perché per loro, non tutto quello che abbiamo fatto o detto li ha resi sereni al punto da non creare tensioni tra di noi e rovinare il nostro rapporto.

La prima cosa da fare, quindi, è valutare, onestamente, se la critica è giustificata.  Che è poi la parte più difficile e spesso ha bisogno di uno specialista (psicologo?) che ci aiuti a comprenderlo.
Qundo i nostri figli ci urlano addosso, ci criticano, accusano, colpevolizzano, prima di ritenerli dei figli ingrati forse dovremmo ascoltarli e capire cosa c’è dietro quello che è pur sempre un messaggio di amore e una richiesta di aiuto.

Forse, siamo davvero petulanti, e le nostre chiacchiere e lamentele assillano chi ci sta vicino.
Forse, non siamo abbastanza attenti alle loro necessità.
Forse, non riusciamo a dare loro l’aiuto di cui hanno bisogno.

Quando i nostri figli avanzano una critica, prima di ritenerli pazzi e ingrati, dovremmo soffermarci a pensare che, solo ascoltando il loro messaggio e lavorando anche su noi stessi, potremmo riuscire a recuperarne il rapporto con loro.
Tutto ciò vale ancora di più quando la critica ci è rivolta da più di uno dei nostri figli perché, a quel punto, non prendere in considerazione che qualcosa sia davvero partito da se stessi è distruttivo per noi e per loro.

Di certo, ci vuole tanto lavoro e coraggio, per ammettere i propri difetti e le proprie carenze. Ma, di sicuro, chi lo fa ha capito di avre avuto una possibilità per migliorarsi.

È anche vero che, in alcuni casi, le critiche dei figli siano davvero infondate. Ma, anche lì, reagire sostenendo di avere dei figli ingrati non credo sia la soluzione migliore.
Concentrarsi sul modo in cui esternano il loro malessere e non sul messaggio che mandano, credo sia la partenza sbagliata per capirsi e venirsi incontro.

Quando i nostri figli iniziano ad urlarci contro, invece di farli sentire ingrati potremmo provare a dire loro che siamo pronti ad accogliere le loro critiche. E poi, chiediamo che ci vengano elencati i lati del nostro carattere che loro amano di più,  prima di tutto per smorzare la collera e poi per potere lavorare su quelli per recuperare il nostro rapporto.

Quando un figlio urla, accusa, si arrabbia con i propri genitori, non lo fa perché non ama ma perché sa che, anche arrabbiandosi, sono amati. Probabilmente non farebbero la stessa cosa con degli sconosciuti o con persone che reputano poco importanti. Quindi, loro non mettono in dubbio il nostro amore, ci stanno solo facendo capire che qualcosa, in loro, non va. Che sono arrabbiati e che vorrebbero che noi lo capissimo e li aiutassimo.
Criticandoli e accusandoli non facciamo altro che aggiungere altro stress e aumentare le distanze tra di noi.

A volte, del resto, il vero e reale problema dei nostri figli potrebbe essere al di fuori e loro chiedono solo che si comprenda che hanno un disagio e che vogliono essere aiutati. In quel caso, basterebbe loro un semplice: “C’è qualcosa che posso fare, per aiutarti? Io sono qui”.
La nostra comprensione potrebbe aiutarli a confrontarsi con la loro vera fonte di angoscia, risolvendo anche i problemi tra di noi. Se la loro critica continua, del resto, dovremmo tornare a prendere in considerazione eventuali nostre carenze,

La verità è che, quando i nostri figli sono piccoli, noi ci sentiamo onnipotenti. Poi, loro crescono, diventano capaci di giudicare e noi ci troviamo spiazzati. Ci sentiamo meno sicuri delle nostre capacità e le loro critiche risultano come offese, specialmente per coloro che, già per carattere, sono vulnerabili e fragili.
Noi cresciamo e i nostri figli crescono con noi. Accettare il cambiamento e il mutare dei ruoli è la base di partenza. Successivamente, sarebbe bene che, ognuno di noi, riconoscesse i propri limiti e vedesse le critiche dei propri figli come un’occasione per potersi migliorare.

Io credo che non esistano figli ingrati. Esistono rapporti che si sono logorati nel tempo e l’ingratitudine, a volte, è una percezione… un riflesso delle nostre carenze.
È in quel riflesso che dovremmo guardare, per cercare noi stessi e donarci ai nostri figli in un modo che loro apprezzeranno.

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Bambini “troppo attaccati”: quel bisogno chiamato “dipendenza”


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Immagine dal web

Io mi chiedo per quale motivo dovrei sentirmi una madre colpevole, ansiosa, iperprotettiva.
Mi chiedo per quale motivo, se consolo mio figlio, se rispondo prontamente a un suo bisogno, se lo abbraccio, lo bacio, lo accarezzo: lo sto solo viziando.
Mi chiedo per quale motivo, se mio figlio ha imparato a fidarsi di me, a trovare conforto tra le mie braccia, a ricevere sicurezza e protezione, io e lui siamo giudicati “troppo uniti”; lui solo, un bambino troppo attaccato alla madre, poco autonomo e indipendente.

“È molto attaccato a te, vero?”

(“Sì, sai… sono sua madre.”)

E gli stessi che formulano questa domanda, sono poi quelli che rimpiangono spesso il passato, che vorrebbero tornare bambini e vivere nel calore e nel conforto delle braccia dei propri genitori.
Perché no, non è stato sempre così. Ci sono stati rimproveri, punizioni, limitazioni, tentativi continui di autonomizzazione, abbandoni (dormi da solo, gioca da solo, ora non posso…) che si ricordano poco o che non si vogliono ricordare.
Ma l’amore e l’incanto sono tutti negli abbracci che abbiamo ricevuto, nel conforto ai nostri pianti, nelle carezze, nei momenti di gioco trascorsi con noi, nel tempo dedicato e nelle parole spese.

A meno che la nostra infanzia non sia stata caratterizzata da episodi continui di maltrattamenti, ognuno di noi si rifugia in quello che di più bello può lasciare. Anzi, credo sia lo stesso anche nel caso di quelle tristi.

Perché l’infanzia non dura che un colpo di bacchetta magica. E poi, con uno stesso colpo, scompare.
E nel tempo che ci resterà,  lotteremo per un abbraccio, per una parola, per un sostegno d’amore.
E saremo tutti più o meno autonomi e indipendenti. Tutti, lo diventiamo. Per la Teoria dell’attaccamento di Bowbly, anzi, i bambini che avranno ricevuto maggiore contatto saranno quelli più autonomi e indipendenti perché avranno sviluppato una base sicura e l’incondizionata fiducia dei genitori.

Quando consolo mio figlio perché cerca rifugio in me, e mi sento chiedere: “È molto attaccato a te, vero?”, anche da genitori che incontro per la prima volta, mi verrebbe da chiedere cosa fanno, quando i loro figli chiedono conforto?
Li ignorano? Li beffeggiano? Sminuicono la richiesta?
Devono prima girare il sugo in pentola,  spazzare il pavimento, leggere un messaggio su Whatsapp, controllare la bacheca di Facebook?
E soprattutto, vorrei chiedere loro: quando voi state male o vi sentite inappropriati, non compresi, spaventati, frustrati, abbandonati, soli, non vorreste che qualcuno vi abbracciasse e vi consolasse, anche adesso che siete adulti?
E se quell’abbraccio e quella consolazione non arrivano mai, non diventate sempre più duri e chiusi in voi stessi?
Quando mi chiedete perché mio figlio dorme ancora nel lettone e non da solo, in camera sua, io chiedo a voi: perché vi piace dormire con il vostro compagno, e non da soli?
Quando mi chiedete perché allatto ancora al seno mio figlio, io chiedo a voi: quante volte, durante la giornata, avreste bisogno di una consolazione e non la trovate? O magari avete anche rinunciato a cercarla, perché così ci è stato insegnato?
La consolazione e la tenerezza che noi cerchiamo in un abbraccio è la stessa che mio figlio cerca attaccandosi al seno di sua madre. E lui non rinuncia a cercarla, perché io non glielo nego. E  così gli sto mostrando che amare è anche concedersi, dare e darsi.

Secondo voi, come dovrebbe sentirsi un bambino al quale viene negato supporto e conforto semplicemente perché si ritiene che debba “staccarsi” da noi, diventare “autonomo”?

I bambini non devono diventare “indipendenti” dal nostro supporto e sostegno. Devono imparare a muoversi da soli, a svolgere attività in completa autonomia, a sviluppare le loro attitudini in piena libertà. Ma per farlo, hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno pronto ad accoglierli nei numerosi momenti in cui proveranno una marea di sentimenti ed emozioni sempre nuovi, per loro, a cui non sapranno dare un nome ma che riusciranno a gestire solo grazie all’appoggio e alla presenza di genitori che rispondono.

Questa storia del rendere subito autonomi i bambini, del lasciarli piangere, dormire da soli, “svezzarli” dal calore e dal  conforto, insomma… a mio parere è la più assurda che ci abbiano mai raccontato.

Non è mio figlio, ad essere troppo attaccato a me. Sono invece molti altri ad essere stati allontanati troppo precocemente.
Io non giudico mai, senza sapere, e non comincerò a farlo adesso. Però pretendo che non vengano giudicate le mie scelte, che porto avanti con convinzione, nonostante le numerose difficoltà e i commenti inadeguati.

Viviamo ormai in un mondo in cui, se manifesti il tuo amore, vieni considerato “problematico”. Se ami tanto, è perché non sei stato amato e lo riversi su altri. Dicono. E potrebbe anche essere, ma forse è preferibile questa reazione a quella contraria, no?
L’amore non si spiega, si dona.
Un figlio si ama e si protegge.
Un genitore ha il diritto di crescere un figlio dimostrandogli amore, senza sentirsi “sbagliato”.

Io sono una mamma ad alto contatto. Fiera di esserlo.

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Mala Sanitas: ecco un esempio per cui #Bastatacere!


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Donne lacerate, uteri strappati, bambini dichiarati invalidi al 100% a causa di mancanza di ossigeno perché il personale medico non ha saputo effettuare tempestive intubazioni, aborti provocati, violenze psicologiche sulle gestanti e sulle partorienti, cartelle cliniche contraffatte…

È tutto ciò che emerge dall’operazione “Mala Sanitas“, con la quale il gip di Reggio Calabria Antonino Laganà ha disposto gli arresti domiciliari per quattro medici e la sospensione dalla professione per un anno per sei loro colleghi e un’ostetrica del reparto di ginecologia dell’ospedale Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria.

I documenti sono agghiaccianti. I colleghi, spesso senza umanità e pietà, raccontano di “sfondamenti” (questo, il termine da loro utilizzato) di vagine, di pressioni psicologiche, di trascuratezze, di occultamento di cartelle cliniche successive a decessi di bambini, causati dalla trascuratezza o dal non tempestivo intervento del personale sanitario.

Le intercettazioni sono rimaste inascoltate per cinque, lunghi anni, fino a quando le denunce di alcune vittime hanno messo in moto la macchina della giustizia e nomi e cognomi dei colpevoli sono venuti alla luce, rimbalzando da un lato all’altro della stampa nazionale.

Su questo blog, io non citerò i nomi. Non perché non lo ritenga importante: per fortuna, sono reperibili ovunque, facendo una semplice ricerca sul web.
Ciò che mi preme, è ricordare che ciò che è accaduto a Reggio Calabria è solo la punta di un iceberg e che se questa triste realtà è venuta a galla è grazie a quelle vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare e non si sono lasciate abbattere dalle violenze cui sono state sottoposte, anzi, è proprio a causa di queste che hanno scelto di reagire: per se stesse e per coloro che, nella sofferenza, non hanno avuto la forza di farlo.

Lo scandalo del “reparto degli orrori”, scoppia negli stessi giorni in cui esplode la campagna social per porre fine agli e(o)rrori in sala parto. Sono migliaia le donne che hanno contattato la pagina su Facebook “Basta tacere: le madri hanno voce”, iniziativa sostenuta anche via twitter con l’hashtag #Bastatacere.
Le donne sono state invitate a condividere la propria esperienza di soprusi, pressioni e violenze, in forma anonima e senza citare luoghi o nomi dei colpevoli. L’invito è stato accolto e una pioggia di storie, testimonianze, scambi, discussioni e proposte, sostenute da Human Rights Childbirth in Italy, ha invaso i social network.

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Perché le violenze, psicologiche o corporali, perpetrate ai danni delle gestanti e delle partorienti, sono diffusissime e basterebbe ampliare le indagini in altre strutture ospedaliere per rendersi conto del fatto che si ha a che fare con una realtà che va fermata e cambiata, con interventi legislativi che tutelino la donna in quella delicata e importante fase che inizia con la gravidanza, prosegue con il parto e si conclude con il post partum.

Durante tutto il percorso, infatti, la donna ha bisogno di una buona assistenza sanitaria e di sostegno dignitoso per essere accompagnata in questa intensa esperienza. Anche se questa affermazione sembra logica e lineare, le prove dimostrano che ci sono molti casi in cui le donne non solo hanno spesso negato l’accesso a cure mediche di buona qualità, ma sono anche trattate con crudeltà dal servizio sanitario.

La violenza ostetrica è un tipo specifico di violazione dei diritti delle donne, tra cui il diritto di uguaglianza, la libertà dalla discriminazione, il diritto delle informazioni, dell’integrità, della salute e dell’autonomia riproduttiva.
Essa si verifica sia nella pratica medica pubblica che in quella privata, durante l’assistenza sanitaria in relazione alla gravidanza, parto e post-parto risultando di fatto una violenza istituzionale e di genere.
Per troppe donne la gravidanza è un periodo associato a sofferenza, umiliazioni, problemi di salute. Le violenze ostetriche possono manifestarsi attraverso il rifiuto delle cure, il disprezzo dei bisogni e del dolore, le umiliazioni verbali, le pratiche invasive, la violenza fisica, l’uso non necessario di farmaci, il trattamento disumano o maleducato e di discriminazione o di umiliazione basata sulla razza, l’origine etnica o economica, l’età.

Sfortunatamente, la violenza ostetrica è spesso non riconosciuta come violenza contro le donne, anche dalle stesse. La mancanza di informazioni sul problema complica la progettazione di politiche pubbliche per prevenirla e sradicarla. Tuttavia, i dati di molte ricerche mostrano che in tutto il mondo le donne, durante il parto, sono sottoposte a vari gradi di maltrattamenti, dalla mancanza di rispetto per le loro scelte e la loro autonomia all’abuso di pratiche mediche invasive spesso non richieste:  insulti verbali, violenza fisica, discriminazioni, abbandono, interventi medici eseguiti senza alcun avviso o spiegazione.

I maltrattamenti e gli abusi dei diritti umani delle donne in travaglio, infatti, si manifestano anche nell’obbligo ad accettare alcune procedure mediche che avrebbero preferito evitare, come l’episiotomia o il taglio cesareo. Un comunicato della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sottolinea l’importanza di concentrarsi sulle esigenze del paziente, caso per caso, e scoraggia le pratiche menzionate. Secondo l’OMS, cesarei superiori al 10% non sono associati a riduzioni dei tassi di mortalità materna e neonatale. Piuttosto, al contrario, si sottolinea come il parto cesareo può causare complicazioni significative, invalidità o morte, in particolare in contesti che non hanno le strutture per condurre interventi chirurgici sicuri o curare possibili complicanze.

Altri modelli di violenza ostetrica individuati sono stati l’abuso di medicalizzazione e la patologizzazione di processi naturali di nascita. Le conseguenze estreme di questa negazione di accesso a una buona qualità delle cure mediche e dei trattamenti inumani sono un grave stress psicologico, traumi e, in alcuni casi, la morte a causa di trascuratezza.
Queste terribili conseguenze sono una forma di violenza istituzionale, approvate e perpetuate da parte dello Stato.

In questi giorni si è anche parlato di una proposta di legge, “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” , presentata dall’onorevole Adriano Zaccagnini.

In attesa che questa faccia il suo corso, invito tutte le donne che si ritengono vittime di violenze ostetriche a raccontare la propria esperienza sulla pagina  Facebook “Basta tacere: le madri hanno voce”. È solo raccontando, denunciando e ribellandoci, che potremo allontanare gli orrori sommersi ovunque, non solo quelli scoperti a Reggio Calabria.

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Con Fondazione Oltre il Labirinto per l’inclusione sociale e lavorativa dei ragazzi con autismo


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(Ricevo e pubblico con partecipazione sincera alla campagna solidale.)

Campagna di raccolta fondi con SMS solidale al 45501 dal 27 marzo al 9 aprile 2016
per sostenere Cooking 4Autism, laboratorio di cucina e pasticceria

Aiutare i bambini con autismo a diventare adulti sempre più autonomi e realizzare per loro progetti di vita indipendente, eliminando la condizione senza spazio e senza tempo dei figli per sempre.
È questo lobiettivo della Fondazione Oltre il Labirinto, Onlus formata da genitori con figli autistici, che lavora per offrire una risposta concreta ai bisogni dei ragazzi e delle famiglie coinvolti in questa disabilità.

Per farlo nel 2010 ha dato vita in provincia di Treviso al Villaggio Godega 4Autism, primo esempio europeo di cohousing per autismo, un modello unico di sostegno e partecipazione, che integra le strutture residenziali a quelle lavorative e di produzione artigianale.

Un impegno importante che ha bisogno del sostegno di molti. Per questo dal 27 marzo al 9 aprile è attiva una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi con cui si possono donare 2 o 5 euro con un SMS solidale o una chiamata da rete fissa al 45501.

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Il ricavato contribuirà a sostenere l’avviamento di 36 ragazzi con autismo, di età compresa tra i 12 e i 21 anni, a percorsi di lavoro all’interno del Villaggio e delle strutture partner sul territorio.
I ragazzi verranno inseriti nei laboratori di cucina, di meccanica per lassemblaggio delle Hugbike, le bici degli abbracci, di falegnameria, pittura, disegno, costruzione e decorazione di oggettistica, di coltivazione e raccolta dei prodotti ortofrutticoli, in modo che possano acquisire le competenze specifiche proprie di ciascun contesto lavorativo, sviluppare le loro abilità funzionali, creative e comunicative e accrescere lautostima e la gratificazione personale.

In particolare verrà implementato il progetto Cooking 4Autism già attivo con laboratori settimanali di cucina e che prevede l’ampliamento del laboratorio di pasticceria per la produzione degli Zaèti, biscotti a base di farina di mais e uvetta, tipici della tradizione veneta.
Qui, dopo la scuola i ragazzi trascorreranno alcuni pomeriggi sotto la stretta supervisione di un maestro pasticcere e di operatori qualificati per apprendere le diverse fasi produttive, dalla spesa al confezionamento dei biscotti.

Realizzare progetti di vita per questi ragazzi, superare un’ottica emergenziale e assistenzialistica e iniziare sin dall’infanzia a valorizzarne le risorse, le abilità e le potenzialità, costruendo per loro un percorso abilitativo e inclusivo e preparando per tempo la loro formazione alla vita, la loro inclusione sociale e lavorativa, nonché il loro futuro con e senza genitori.

Fondazione Oltre il Labirinto è sostenuta da diverse personalità del mondo dello spettacolo, in particolare dalla madrina e testimonial Maria Grazia Cucinotta, che anche questanno ha scelto di prestare la propria immagine per la realizzazione dei materiali di comunicazione. Inoltre, la Fondazione può contare sul prezioso supporto di Marco Santin della Gialappas e di alcuni amici del mondo dello sport tra cui Jury Chechi, Lorenzo Bernardi, Marzio Bruseghin, Riccardo Pittis e Silvia Marangoni.

Numero solidale 45501
Periodo: 27 marzo – 9 aprile 2016
Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari TIM, Vodafone, WIND, 3, PosteMobile, CoopVoce. Sarà di 2 euro anche per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa Vodafone e TWT e di 2 e 5 euro per ciascuna chiamata fatta sempre al 45501 da rete fissa TIM, Infostrada e Fastweb.

Fondazione Oltre il Labirinto

Nasce nel 2009 a Treviso per volere di alcuni genitori con figli affetti da autismo. Scopo principale della Fondazione è quello di tutelare i diritti e la dignità delle persone con disabilità mentali o fisiche – in particolare dei soggetti affetti da disturbo pervasivo dello sviluppo e/o da autismo – offrendo loro assistenza e supporto, terapie mirate e percorsi educativi e formativi adeguati.
Fondazione Oltre il Labirinto opera in accordo e sinergia con altri organismi – pubblici e privati, italiani e esteri – ed è uno dei quattro rappresentanti italiani di Autism-Europe, la più grande associazione internazionale che ha l’obiettivo principale di promuovere i diritti delle persone con autismo e delle loro famiglie e di migliorarne la qualità della vita.
http://www.oltrelabirinto.it

                                                                                                     http://www.hugbike.it/ 

Cos’ è l’autismo

L’autismo è una sindrome complessa che colpisce il cervello alterando le abilità linguistiche di un individuo, la sua capacità di comunicare, di comprendere gli eventi sociali e di partecipare alle normali esperienze di vita.
L’autismo è un disturbo neurobiologico la cui eziologia non è stata ancora identificata, ma probabilmente lorigine è multifattoriale – genetica, organica e ambientale – e può essere diagnosticato già a un anno e mezzo di vita mediante osservazioni che utilizzano appositi questionari e strumenti di indagine. Non esistono esami clinici o del sangue e la diagnosi può essere fatta solo da un neuropsichiatra infantile, da un neurologo o da uno psichiatra che siano esperti di disturbi dello sviluppo.
Secondo le stime più aggiornate l’autismo colpisce in Europa circa 3,3 milioni di persone con una prevalenza maschile (3-4 maschi colpiti per 1 femmina).
Il problema più grave è che, in mancanza di un sistema adeguato di supporto e aiuto da parte delle istituzioni e della società, oltre l80% delle persone autistiche non sviluppa capacità socio-relazionali sufficienti a renderle autonome e avrà dunque sempre bisogno dei propri famigliari e di un contesto di vita facilitato.
Studi scientifici hanno dimostrato che una diagnosi tempestiva e un intervento precoce portano i bambini con autismo a miglioramenti significativi e a migliori livelli di funzionamento da adulti.
Se inserito in un contesto di vita stabile e organizzato, affettuoso e tollerante, ma allo stesso tempo stimolante, il soggetto autistico reagisce in modo positivo e si rende capace di un percorso di crescita che, in moltissimi casi, lo conduce a livelli più elevati di autonomia ed indipendenza.

Per conoscere le storie e i traguardi dei ragazzi supportati da Fondazione Oltre il Labirinto clicca qui.

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“Me lo dai un bacio?” – Quella ripetuta richiesta che non piace ai bambini


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Se c’è una cosa che mal tollero è quella insistente domanda fatta a mio figlio: “Me lo dai un bacino?”, che poi è la stessa fatta a tutti gli altri bambini.
A volte si trasforma in: “Ti posso dare un bacio?” o in: “Perché non mi abbracci?”, insomma, tutte richieste che hanno a che fare con la gestione del proprio corpo, ma siccome sono rivolte a un bambino si pensa debbano essere subito soddisfatte e, in caso contrario, quel bambino è etichettato come scontroso, poco affettuoso, caratterialmente difficile, troppo legato alle madre (perché a lei li dà, chissà perché?, si chiedono! -.-), o maleducato… e già,  perché baciare e abbracciare è considerata educazione ma non alla comunicazione delle proprie emozioni e dei sentimenti ma al comando dei genitori e dei parenti di diffondere amore e baci per tutti.

Si,  per tutti. Anche per la vicina di casa che sparliamo quotidianamente perché getta le briciole rimaste sulla tovaglia da tavola sopra i nostri panni stesi: “Un bacio a lei, fai vedere come sei bravo a mandare baci”.
Anche per la zia petulante, severa e dal vocione da uomo che stranizza e a volte spaventa i più piccoli: “Manda un bacino con la mano, fa’ vedere che lo sai fare!”.
E pure ai nonni tanto amati e ai cuginetti simpatici: “Abbraccia e bacia… non vuoi loro bene, allora?!”.
Ma soprattutto a persone sconosciute che si incontrano per la prima volta e che, prima ancora di presentarsi, formulano quella scomoda domanda: “Me lo dai un bacino!”.

Per gli adulti vale la regola che, al primo incontro, ci si saluta educatamente augurandosi “buongiorno”, “buonasera” e simili (cosa che sto cercando di trasmettere, soprattutto con l’esempio, a mio figlio…). Nessuno chiede mai: “Me lo dai un bacio?”. Se lo facesse, anche noi ci metteremmo in posizione di difesa e ci faremmo molte domande.
Solo alla fine dell’incontro, se ci si è trovati simpatici e si è riuscito a condividere qualcosa, si passa il “confine dell’estraneo” per entrare insieme in una dimensione più confidenziale che si manifesta attraverso un commiato che varia da nord a sud: da una semplice stretta di mano a questa accompagnata da baci fino ad arrivare all’apoteosi dell’estremo sud in cui parte anche l’abbraccio e l’invito a cena per il giorno dopo!

Ma se due persone o una delle due non ha provato simpatia per l’altra, la stretta di mano non parte. Figuriamoci il bacio, l’abbraccio e l’invito.
Se la vicina di casa  mi infastidisce con un suo comportamento, non voglio che mi baci, quando mi incontra sulle scale.
E, pur amando immensamente i miei nonni, non voglio baciarli o che mi bacino sempre: magari perché mi infastidisce il loro  dopobarba o profumo oppure perché,  semplicemente,  io non amo dispensare baci e abbracci, ma dimostro affetto in altri modi.

E se io, adulto, voglio decidere cosa fare del mio corpo, perché dovremmo costringere un bambino a fare ciò che non vuole, semplicemente perché “piccolo” e perché “i bambini lo fanno e devono farlo, per una questione di educazione“?!

Ma di quale educazione stiamo parlando? Di quella alla comunicazione dei sentimenti e delle emozioni o di quella al rispetto delle regole imposte dai genitori e dai parenti?

Qualcuno obietterà che i propri figli, nipoti, cugini, fratelli più piccoli sono grandi dispensatori di baci e abbracci. E ben venga, lasciamoli fare. Lasciamo sempre liberi i bambini di esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti come si sentono di fare e aiutiamoli a imparare a gestirli, se ce ne fosse bisogno. Con i più piccoli non vale lo slogan di una famosa pubblicità: “Più ami, più baci”. Loro amano sempre, anche in assenza di manifestazioni corporee.

Esprimere affetto con un bacio o un abbraccio non deve essere una imposizione ma una scelta. Capiranno da soli che un abbraccio riscalda, un bacio rassicura, una carezza intenerisce. Non solo quelli ricevuti, ma anche quelli dati. Fino a quando dovranno fare i conti con la marea di sentimenti ed emozioni che per noi sono scontati ma per loro sconosciuti, quelle imposizioni risulteranno incomprensibili e quasi controproducenti.

Che i bambini amano, è tutto ciò che sappiamo dei bambini. E, pur comprendendo la gratificante tenerezza derivante da un bacio posato sulle loro morbide guance o stampato sul nostro viso con la loro umida boccuccia, quell’amore sincero e senza macchia che provano per noi dovrebbe bastare a renderci felici.

Invece di chiedere baci, abbracci e carezze, provate a giocare con loro, a chiacchierare, a dedicare tempo. Sono sicura che un bacio arriverà senza essere richiesto, e sarà il momento in cui il sentimento sarà gestito da loro con la massima naturalezza, senza imposizioni. Sono quei momenti in cui si può dire di avere avuto accesso, per un istante, al paradiso.

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